Caro Direttore Feltri,
da anni sentiamo parlare di patriarcato, di oppressione maschile, di solidarietà femminile, di donne da difendere. Ogni giorno veniamo bombardati da campagne, slogan, manifestazioni, accuse contro l'Occidente, contro il maschio bianco, contro la nostra cultura ritenuta responsabile di ogni male. Poi però accade una cosa vera. Una cosa terribile. Una cittadina italiana, Nessy Guerra, madre di una bambina di tre anni, viene condannata in Egitto a sei mesi di carcere per adulterio. Sì, nel 2026. Per adulterio. Come nel Medioevo. E la figlia, a quanto pare, non può lasciare il Paese. Ebbene, io non ho visto cortei. Non ho visto piazze piene. Non ho visto le grandi sacerdotesse del femminismo urlare contro il patriarcato egiziano. Non ho visto indignazione collettiva, hashtag, mobilitazioni permanenti. E allora mi chiedo: il patriarcato esiste solo quando fa comodo? Solo quando si può accusare l'uomo occidentale? Solo quando si può attaccare la nostra civiltà?
Perché qui, sinceramente, io vedo soprattutto una gigantesca ipocrisia.
Rossella Marchetti
Gentile Rossella,
poni una questione enorme, e soprattutto sveli e metti in luce una contraddizione che ormai appare evidente perfino a chi fino a ieri faceva finta di non vederla. In Italia l'adulterio non è più reato da decenni. Da noi una donna può lasciare un uomo, rifarsi una vita, convivere con chi vuole, sposarsi, separarsi, divorziare, lavorare, guadagnare, comandare, votare, dirigere aziende, giornali, governi. Eppure continuiamo a sentirci ripetere ossessivamente che viviamo sotto il patriarcato. Poi però una donna italiana viene condannata al carcere in Egitto per adulterio e il femminismo militante improvvisamente si ammutolisce. Sparisce. Evapora.
Perché? Perché lì il patriarcato non è una teoria sociologica da talk show, ma una realtà concreta, giuridica, culturale. E allora denunciarlo diventa scomodo. Diventa rischioso. Significa ammettere che esistono società nelle quali la condizione femminile è infinitamente più arretrata e oppressiva di quella occidentale. Ma questo manda in frantumi la narrazione dominante, quella secondo cui il nemico assoluto sarebbe il maschio bianco, occidentale, cristiano, colpevole per definizione. E così si preferisce tacere. La verità è che una certa sinistra femminista ha trasformato la battaglia per i diritti in una battaglia ideologica. Non interessa difendere davvero le donne ovunque esse siano oppresse. Interessa colpire un preciso modello culturale: il nostro.
Nel frattempo, una madre italiana rischia di essere arrestata da un momento all'altro. E c'è una bambina di tre anni bloccata lì, nel mezzo di una vicenda drammatica e surreale. Il governo italiano si sta muovendo, la Farnesina segue il caso, Tajani è intervenuto, ma il punto resta uno: quella donna oggi non è ancora libera. E la bambina non è ancora tornata a casa. Ora, io non conosco nel dettaglio il sistema assistenziale egiziano, ma so una cosa: non stiamo parlando della Scandinavia. Non stiamo parlando di una democrazia occidentale fondata sul nostro stesso concetto di diritti individuali. Stiamo parlando di una realtà nella quale esiste ancora una concezione della donna profondamente retrograda, paternalistica e punitiva. E negarlo sarebbe semplicemente disonesto. Per questo Nessy Guerra va aiutata. E va aiutata concretamente, non con i post indignati di circostanza.
Ma soprattutto questa vicenda dovrebbe costringere tante femministe nostrane a guardarsi allo specchio e a rispondere a una domanda molto semplice: dov'erano mentre una donna rischiava il carcere per adulterio? Temo di conoscere già la risposta.