Andare a Messa ribellione alla jihad

L'idea dei vescovi francesi di invitare i musulmani a messa in questa giornata domenicale è importante

Andare a Messa ribellione alla jihad

L'idea dei vescovi francesi di invitare i musulmani a messa in questa giornata domenicale è importante. Ed è stata fatta propria anche dai vescovi italiani. Ha un significato chiaro: invece di limitarci a parole di condanna, cari fratelli islamici, partecipate con rispetto e amicizia a un rito dove al centro c'è Dio fatto uomo che versa il suo sangue per tutti. Certo sarebbe stato più significativo se avessero proposto di poter dir messa in una moschea, e gli imam avessero accettato dato che spesso le parrocchie hanno ospitato cerimonie musulmane. Figuriamoci. Ma accontentiamoci.

Questo non vuole essere un articolo pretesco, intra cattolico. Quell'ingresso dei musulmani non solo in chiesa, ma a messa, e non per fermarla, ma per inchinarsi alla sua liturgia, vuol dire il rinnegamento pratico dei versetti del Corano che nella loro perentorietà ordinano di eliminare gli infedeli proprio nei modi sperimentati dai cristiani per mano dei boia dello Stato islamico. Ad esempio: «Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi!» (Sura 8, versetto 12).

Lo so già. E potrete chiederlo oggi ai parroci o constatarlo di persona: verranno in pochi, i discepoli del profeta Maometto. Ma non perché siano in massa favorevoli alle stragi dei celebranti l'Eucaristia o appoggino l'Isis (anche se non sono un numero esiguo i tifosi del Califfo), ma perché hanno visto che agli italiani (e tanto più ai francesi) della messa e della fede cristiana interessa quasi niente. Si vive nel vuoto, tirando a campare. Si va o non si va (soprattutto non si va...) a messa ma a dominare la vita è quel sentimento altalenante tra noia e paura, che è precisamente il terreno fertile di conquista dell'islamismo radicale e violento.

Ci andassimo tutti noi italiani, per una volta, credenti e no, praticanti o no, alla messa pensando sul serio al sacrificio di padre Jacques che non ha voluto inginocchiarsi, nella sua piccola chiesa, per salvarsi la pelle, ha rifiutato, vecchio e fragile, ma fortissimo, perché c'è qualcosa anzi Qualcuno, per cui dare la vita.

Io vedo in quella morte più speranza che angoscia per noi. Vuol dire che si può vincere contro chi agita la morte per sottometterci. È una testimonianza che deve scuotere a messa e fuori di chiesa, sulle spiagge, nei bar, nelle code in auto, anche nelle moschee chiunque non si vuole accontentare di tirare a campare, ma desidera una vita buona e piena di valore e di uno scopo eterno per sé, i propri figli e nipoti, per il mondo intero.

Qualcuno - Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera - ha evocato Santa Giovanna d'Arco davanti al martirio del prete normanno. Sono andato a cercare se dice qualcosa al nostro tempo. Vendo quel che ho trovato, mi pare bellissimo, in Charles Péguy, uno strano grande poeta. «È nel genere dell'aratro lavorare vent'anni. È nel genere della sciabola lavorare un minuto; e di fare di più: di essere la più forte. Di farla finita. Allora noi altri saremo sempre i meno forti. Andremo sempre meno veloci. Noi siamo il partito di quelli che costruiscono. Loro sono il partito di quelli che demoliscono. Noi siamo il partito dell'aratro. Loro sono il partito della sciabola». (Péguy, «Il mistero della carità di Giovanna D'Arco»). Se siamo così, vinciamo. E, come scriveva di sé Giovannino Guareschi, «non muoio neanche se mi ammazzano».

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