- Leggo questa intervista a Seb Coe, numero uno dell’atletica, intitolata da La Stampa così: “Mattarella rockstar, mai sentiti applausi così per un presidente”. Massì, a questo punto facciamolo Re e tagliamo la testa al toro.
- Intervista a un rider di Glovo: “Lavoro 14 ore al giorno, 7 giorni su 7, per arrivare a uno stipendio normale”. Benvenuto nel club. In sostanza, è quello che fanno la gran parte delle partite IVA e dei piccoli imprenditori. Avete mai chiesto a un titolare di bar quante ore fa per tenere in piedi la baracca?
- L’atleta ucraino di slittino intende gareggiare con il casco su cui sono raffigurati gli atleti morti nella guerra in Ucraina. È tutto comprensibile. Lo capisco. Legittimo. Anche giusto. Ma deve assumersi anche le conseguenze delle sue azioni, senza lamentarsene troppo: lui gareggia, il CIO lo squalifica. Ed è giusto così. Perché lo sport deve restare fuori da tutto, anzi: dovrebbe essere motivo di unione. Pensate se tutti mettessero sui loro caschi questa o quella rivendicazione politica. Diventerebbe un disastro.
- Il calcio è un mondo destinato a essere composto da persone irrazionali. Oggi Zbigniew Boniek si è scagliato contro il VAR perché “ha tolto personalità agli arbitri: quando vanno al monitor, è sicuro che cambieranno la loro decisione. Sarebbe bello il contrario, perché solo l’arbitro può sapere, è vicino all’azione, la annusa come fa il cane con l’osso”. Ma vi rendete conto di quello che dite? Il problema non è il VAR. Il problema sono le regole. Tutti gli sport convivono con il VAR, che permette agli arbitri di vedere quello che non hanno visto e di decidere in tranquillità. Basta dare loro il tempo. E lasciare decidere non a gente seduta su una poltrona, ma all’arbitro in campo, mettendo insieme quanto ha “annusato” in campo e quanto visto al monitor. Facile. Troppo, per il calcio.
- Per Macron si mette davvero male. Non tanto o non solo perché in patria ha più nemici che amici. Non solo perché il suo progetto di guidare l’Europa nella sfida con gli Stati Uniti si è schiantato di fronte alla realtà dei fatti. Ma perché ora il nuovo asse Italia-Germania segna definitivamente la sua sconfitta.
- È vero, sono appassionato di bocce, quindi non faccio testo, ma quanto è bello il curling?
- Una giudice ha pubblicato un post in cui raffigura Giovanni Donzelli, big di FdI, come Topo Gigio. Non mi scandalizzo. Mi preoccupo invece del fatto che certa gente sia deputata a decidere se e quando io debba stare in galera. Tremate, gente. Tremate.
- Ho idea che i giornalisti italiani portino un tantino sfiga. Tutti a correre dietro a Sofia Goggia ed ecco che la sciatrice casca. Tutti in attesa della Vonn, ed ecco che pure lei si spacca una gamba. Parlare meno, grazie.
- Su Glovo oggi leggo sul Corriere della Sera la seguente analisi: “La conseguenza che se ne può trarre è che il sistema del food delivery, così come si è autoregolato, non sta in piedi, ha bisogno di una rivisitazione del modello di business e di decisioni coerenti in materia di lavoro. Non è un caso, del resto, che anche i colossi del settore continuino ad avere problemi di redditività nonostante l’iper-sfruttamento dei rider”. Bene. Sapete qual è la “rivisitazione” del modello di business? Facile: che i giornalisti del Corriere e tutti gli altri milanesi chic paghino 5 o 6 euro la consegna invece di 1,5 euro.
Facile, no? Eppure non accade, sapete perché? Perché siamo tutti lì a protestare contro “il lavoro povero”, poi però ci rifiutiamo di pagare cara una consegna e — soprattutto — preferiamo i prodotti realizzati in Cina, anche lì sfruttando “lavoro povero”, invece di acquistare made in Italy al triplo del prezzo.