Dal caso Palamara alla Fiat, la mia ricetta per l'Italia

A volte penso che all'Italia servirebbe un bravo "mental coach", di quelli che ti spiegano le cose semplici che dovresti capire da solo

Dal caso Palamara alla Fiat, la mia ricetta per l'Italia

A volte penso che all'Italia servirebbe un bravo «mental coach», di quelli che ti spiegano le cose semplici che dovresti capire da solo: «Pesi centoquaranta chili, sei forte come un toro, ma non particolarmente agile, forse dovresti prendere in considerazione l'idea di giocare a rugby invece di fare ginnastica artistica». Perché continuiamo a non sfruttare i nostri punti di forza? L'Italia è la nazione con il marchio, il «brand» si direbbe, più riconoscibile al mondo. Il made in Italy è garanzia di qualità, ma anche di fascino e prestigio. Potremmo prosperare solo grazie a questo. La visione economica e di politica industriale italiana dovrebbe essere scontata: riconvertire progressivamente tutto ciò che non è identificabile con il marchio Italia in ciò che ha una forte identificazione. Tutto il nostro settore agroalimentare, certo, ma anche l'alta tecnologia, la cantieristica, la moda, il mobile e il design. Nessuno sarà disposto a pagare di più un bullone prodotto in Italia piuttosto che uno prodotto in Cina, ma tutti sono disposti a pagare profumatamente un paio di scarpe o un'automobile perché italiani. Già, il nostro glorioso settore automobilistico, finito con il gruppo Fiat­Fca prima furbescamente con sede in Olanda e Regno Unito e ora addirittura, con l'operazione Stellantis, sotto controllo francese. Uno scandalo che mette a rischio in Italia migliaia di posti di lavoro e tutte le imprese dell'indotto, avvenuto nel totale, e colpevole, silenzio di governo, grandi media e forze politiche. Tutti, tranne Fratelli d'Italia, ovviamente. Certo che siamo un partito scomodo, perché con noi al governo operare questo scempio non sarebbe stato così semplice. E chissà se è per questo che i giornaloni controllati dalla «galassia Fiat» ci dedicano così tanta attenzione...

Io definisco spesso Fratelli d'Italia un «partito fieramente produttivista». Ma per noi stare dalla parte delle imprese è una cosa ben precisa, e diversa da certa politica industriale che abbiamo visto in questi anni. Vuol dire sostenere chi produce e assume in Italia. Si può fare, se si ascolta il vero tessuto produttivo invece dei grandi potentati economici e finanziari. Le nostre proposte in questo campo sono numerosissime. Cominciamo col far pagare le tasse in base al principio «più assumi, meno paghi», in modo da agevolare chi crea posti di lavoro in Italia e penalizzare le multinazionali e i giganti del web che ben poco contribuiscono alla crescita economica della nazione. Perché chi fa impresa in Italia per noi è un eroe, a maggior ragione dopo il cataclisma Covid. Un eroe che va sostenuto in ogni modo, non trattato come un delinquente e un evasore. Meno tasse, meno oppressione fiscale, meno burocrazia, certo. Ma soprattutto più libertà e più rispetto da parte dello Stato.

Non è da nazione civile la barbarie dell'inversione dell'onere della prova in ambito tributario. Perché in Italia, se lo Stato sostiene che sei un evasore, non è lui che deve provarlo, ma tu che devi provare che non è vero. Questa non è lotta all'evasione, questo è il bullismo di uno Stato debole con i forti e forte con i deboli. La lotta all'evasione la si fa contrastando l'evasione delle banche, che trasferiscono utili e risorse nei paradisi fiscali, le sedi fintamente spostate all'estero, le finte cooperative care alla sinistra, le «frodi carosello» sull'Iva delle grandi aziende che distolgono miliardi all'erario. E contrastando le attività «apri e chiudi» dei cinesi, dei bengalesi e degli extracomunitari in generale. Attività che aprono come funghi, non pagano un euro di tasse e poi cambiano ragione sociale prima che lo Stato si faccia vivo. Così le imprese italiane chiudono e quelle straniere aprono. La soluzione c'è e l'abbiamo proposta: una cauzione per le imprese di extracomunitari come anticipo sulle tasse da pagare. Proposta sistematicamente bocciata dal Parlamento.

Così come la nostra proposta di adottare in Italia lo stesso limite al denaro contante che c'è in Germania e in gran parte d'Europa, dove, guarda un po', non c'è alcun limite. Che credibilità ha sostenere che per combattere l'evasione bisogna abolire il contante, quando posso andare in Austria o in Germania e spendere tutti i soldi contanti che voglio? La verità è che la crociata a favore della moneta elettronica serve solo per fare l'ennesimo regalo al circuito bancario e finanziario, che guadagna su ogni transazione di denaro elettronico ma non sul contante, oltre che per controllare i cittadini. Proprio così. Abbiamo sentito i parlamentari grillini parlare di «spese immorali» e gli esponenti della sinistra dire apertamente: «Dobbiamo sapere chi spende e per cosa». Ecco, io penso invece che un cittadino libero abbia il diritto di spendere i propri soldi come meglio crede, senza dover dare spiegazioni a uno Stato guardone che ti spia dal buco della serratura.

Ci vuole meno Stato nella sfera privata delle persone e più Stato quando si esce di casa, perché solo le istituzioni possono garantire quella sicurezza che è una precondizione della libertà. Perché lo stesso Stato che pretende di controllare ogni nostra spesa e ogni nostra azione non controlla le piazze e le città dalla criminalità? Intere parti d'Italia sono zone franche in mano allo spaccio e alla delinquenza, le mafie controllano interi quartieri. Ecco, è lì che la forza dello Stato deve farsi sentire. Con maggiore presenza delle Forze dell'Ordine che vanno rispettate, rafforzate, meglio pagate ed equipaggiate , con telecamere nelle zone a rischio, anche con l'esercito quando serve. Perché a me le divise non spaventano affatto, mi spaventa invece chi si dice spaventato dalle divise. Come mi spaventano i gruppi di criminali che pensano di poter fare impunemente quello che vogliono. E spesso è purtroppo così. Perché la giustizia è un'altra grande malata della nostra nazione.

In questa pazza Italia, spesso, sono le persone oneste, più che i criminali, ad avere paura della giustizia. Penso che quello della giustizia non possa essere un tema da stadio e ho sempre volutamente disertato la curva degli ultras garantisti come quella degli ultras manettari. Diciamo che mi sento garantista nella fase del processo, e giustizialista in quella dell'esecuzione della pena. Ovvero, finché non si dimostra che sei colpevole devi avere tutte le garanzie e le tutele di uno Stato moderno, ma se si stabilisce che sei colpevole la pena la sconti eccome. Certezza dei diritti dell'imputato, certezza della pena del condannato. Oggi è esattamente l'inverso.

Sogno una giustizia alla quale il cittadino possa avvicinarsi, soprattutto se innocente, senza timore e senza subire la gogna mediatica nella fase delle indagini e dell'accertamento. Per farlo dobbiamo avere il coraggio di riformare la nostra giustizia. La magistratura è un potere che deve stare al di sopra di ogni sospetto, che non può essere frutto di uno scontro fra bande politiche, di lottizzazioni, di spartizioni che difficilmente consentono ai migliori di emergere.

Il clima da basso impero che impietosamente ci viene restituito dall'affaire Palamara impone una radicale, urgente, riforma della magistratura, a partire dal suo organo di autogoverno, il Csm. Lo dobbiamo fare non solo per ripristinare un clima di serena fiducia, ma lo dobbiamo soprattutto ai tanti magistrati italiani che hanno sempre svolto correttamente il loro dovere e che sono state le prime vittime, nelle loro carriere, del cosiddetto sistema Palamara.

E va ricucita una volta per tutte anche la dinamica tra impresa e lavoro, che in un tessuto fatto in gran parte di micro, piccole e medie imprese non può certo essere conflittuale come vuole una certa dialettica marxista sindacalizzata, ma deve invece essere improntata alla condivisione. Promuovere statuti ed esperienze di partecipazione dei lavoratori al destino della propria impresa, stimolare l'azionariato diffuso, incrementare le politiche di welfare aziendale in una stagione in cui gli enti pubblici fanno sempre più fatica a garantire prestazioni sociali di qualità, rafforzare il peso della contrattazione legata ai territori e alla dimensione aziendale per superare le rigidità dei contratti nazionali senza smarrire le tutele del lavoro. Sono questi solo alcuni dei punti di un rinascimento partecipativo che una nazione moderna, che fa della coesione sociale la sua cifra, deve perseguire.

Questo orizzonte ci parla del rapporto tra gli imprenditori e i loro dipendenti, di tutele, di garanzie.

Eppure c'è un'Italia che è completamente esclusa da questo orizzonte, quella di milioni di lavoratori autonomi, partite Iva, professionisti che sono l'emblema drammatico di una grande frattura da sanare: quella tra garantiti e non garantiti. La crisi Covid ha così tragicamente portato alla luce il fatto che, a fronte di una platea di dipendenti a cui sono stati correttamente assicurati per mesi blocco dei licenziamenti e cassa integrazione (anche se insufficiente, anche se pagata in ritardo), agli autonomi è stato riservato un trattamento vergognoso. Il futuro deve essere quello di un sistema di ammortizzatori sociali uguali per tutti: una forma di «assegno di disoccupazione» per chi ha perso il lavoro, dipendente o autonomo che sia, e un «assegno di solidarietà» minimo per tutti coloro che non possono lavorare per ragioni oggettive, in sostituzione della formula acchiappavoti e diseducativa del reddito di cittadinanza.

Argomenti che a volte sembrano distanti, ma che in realtà incidono direttamente sulla vita di ognuno di noi.

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