Cassazione: "Condannare sempre chi brucia il tricolore, non c'è il diritto di critica"

Due giovani dei centri sociali avevano bruciato un tricolore a Palermo. Condannati, sia in primo che in secondo grado, hanno fatto ricorso invocando il diritto di dissenso contro le istituzioni. Tesi respinta, condanna confermata

Cassazione: "Condannare sempre chi brucia il tricolore, non c'è il diritto di critica"

Negli Stati Uniti sarebbe impensabile, in Italia invece bruciare la bandiera del proprio Paese è reato (vilipendio). Non si può invocare il diritto alla libertà di espressione o di critica. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna di due giovani, appartenenti a un centro sociale, che durante una manifestazione a Palermo, contro il governatore della Regione siciliana, avevano "pubblicamente e intenzionalmente dato fuoco, distruggendola, alla bandiera nazionale italiana". I due, condannati in primo e secondo grado, hanno presentato ricorso, lamentando "l’immotivata esclusione dell’efficacia scriminante del diritto di critica politica.

Gli avvocati dei due giovani nel ricorso hanno scritto che i loro assistiti "non avevano voluto colpire il vessillo in sé, gratuitamente oltraggiando l’emblema dello Stato", ma "avevano voluto semplicemente manifestare il proprio dissenso contro l’operato delle istituzioni". La Suprema Corte, però, ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna a due mesi di reclusione (pena sospesa) inflitta dai giudici di merito (il tribunale e la Corte d’appello di Palermo).

La loro condotta, osservano i giudici della Corte, è stata una "esplicita e consapevole manifestazione di gratuito disprezzo e svilimento dell’emblema, la cui reputazione e onore, insieme allo Stato e alle sue istituzioni, sono oggetto della tutela penale e di diritti tutelati costituzionalmente, al cui interno anche la libertà di opinione trova i suoi limiti".

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