La Cassazione fa riprocessare Caprotti pure da morto

La Cassazione riapre il dibattimento sul defunto patron di Esselunga: il suo libro era stato denunciato dalla Coop

La Cassazione fa riprocessare Caprotti pure da morto

Se Bernardo Caprotti fosse vivo, probabilmente prenderebbe la sentenza della Cassazione con una alzata di spalle e un sorriso, «va bene, d'ora in poi dirò che le Coop sono le migliori di tutti». Ma il fondatore di Esselunga non c'è più, scomparso da appena un mese. E così la sentenza della Cassazione che ieri sera piomba sulla vicenda che aveva movimentato gli ultimi anni della sua vita darà da lavorare solo ai legali e agli eredi. Sepolto nel piccolo cimitero di Albiate, mister Esselunga ne potrà al massimo trarre qualche ulteriore riflessione sul potere delle Coop rosse. Accade che la Cassazione ribalta quello che avevano deciso i giudici milanesi di primo e secondo grado - giudici non certo sospettabili di simpatie preconcette per Caprotti - che avevano respinto le richieste di risarcimento avanzate contro Caprotti dalla Coop Estense, una delle aziende di punta della galassia cooperativa. Al colosso rosso (nato anni fa dalle fusioni delle cooperative modenesi e ferraresi) non era andato giù il pamphlet in cui Caprotti aveva messo nero su bianco le sue convinzioni sul sistema di intrecci politico-affaristici che hanno permesso per anni la diffusione dei punti di vendita Coop a discapito della concorrenza. Il libro si chiamava Falce e carrello, era stato messo in vendita anche negli scaffali dei supermarket caprottiani: un successo editoriale che aveva alzato il velo su un mondo di ipocrisie e commistioni.

Le coop e il loro apparato legale erano partiti all'attacco del libro di Caprotti, intentando nei confronti dell'anziano imprenditore una serie di cause legali, accusandolo nientemeno che di concorrenza sleale: con il suo pamphlet, secondo gli avvocati della Estense e di altre coop, il fondatore di Esselunga non si era limitato a dire la sua opinione, ma aveva deliberatamente cercato di influenzare i consumatori e il sistema politico, condizionando le scelte urbanistiche e commerciali che regolano il mondo della grande distribuzione. Sia il tribunale che la Corte d'appello di Milano avevano respinto le richieste delle Coop, dando ragione a Esselunga. Ieri la prima sezione civile della Cassazione, con tre sentenze scritte dal giudice Antonio La Morgese, esamina altrettante sentenze provenienti da Milano. In due casi, scaturiti dalle cause di Coop Italia e Coop Adriatica, viene confermata la decisione milanese: in particolare per la causa tra Esselunga e Coop Italia, la capofila della lobby cooperativa, viene confermato che i consumatori avevano diritto di sapere, e che pertanto le affermazioni di Caprotti erano giustificate dall'interesse pubblico. Ma arrivati all'ultima causa, quella intentata da Coop Estense, i giudici di Roma ribaltano tutto: il libro di Caprotti non è più un'opera polemica dell'ingegno, un pamphlet sorretto dal diritto di critica, ma viene declassato a lavoro giornalistico. Non la summa del pensiero di un imprenditore libero, ma una inchiesta da cronista soggetta alle normali regole della diffamazione: non solo la verità dei fatti, ma anche la continenza delle espressioni. È alla continenza che Caprotti viene accusato di essere venuto meno, raccontando lo strapotere delle Coop. Per questo, a Milano, si dovrà tenere un nuovo processo.

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