C'era una volta l'America

C'era una volta l'America

Questa sarebbe dovuta essere una notte senza sonno, di quelle che tiri fino all'alba con il cuore in gola, che se vince l'uno o l'altra cambia l'America e quindi il mondo, come una partita a poker con il destino o la finale definitiva del Super Bowl. Donald contro Hillary, come due americhe, come zero e uno, come l'alfa e l'omega. E invece in questa sceneggiatura dove tutti gli ingredienti stanno dove dovevano stare qualcosa manca: non c'è emozione. Non c'è futuro, ma una sorta di rassegnazione, dove perfino gli appelli apocalittici degli intellettuali newyorchesi sono un copione scritto e riscritto, come le battute di attempati mestieranti. Alla fine come accade nelle democrazie stanche e vuote i protagonisti o urlano in falsetto o si accartocciano nell'ambiguità. In ogni caso sa di falso.

È come se questo immenso Paese con milioni e milioni di occhi e di facce, troppo grande da raccontare con un colpo solo, fosse corroso da una malattia strisciante, più di testa che di carne, che ti sfibra, ti toglie la voglia di alzarti, di uscire, confrontarti con quel grande specchio chiamato mondo, che ti chiude, rinserra, incupisce o ti fa reagire in maniera isterica e incosciente alla maleducazione e alle cattiverie degli altri. L'America a guardarla da qui sembra depressa. La depressione come una malattia vissuta e quindi reale, e poi raccontata, ripetuta, sbandierata, strascicata, quasi con un certo orgoglio. Certi malanni non arrivano in un giorno, te li porti da lontano, perché cominci a invecchiare o non ce la fai più a tenere sulle spalle le sorti di tutti, povero impero riluttante senza più veri leader, o perché a un certo punto e per troppi motivi smetti di sognare.

È questo il ritornello, dopotutto. I lost a dream. Ripetuto in ogni imprecazione rap, di serie in serie, nel retrogusto del qui e adesso delle Kardashian, nella nostalgia delle retroguardie artistiche per cui tutto ciò che di bello e di nuovo poteva accadere è già accaduto, nell'orgoglio italoamericano di Gay Talese, nelle pastorali di Philip Roth o nelle radici perdute di Safran Foer, nella frustrazione quotidiana di chi si sente niente, perché se stai in provincia non appari e se non appari non esisti, perché i padri non hanno più promesse da fare ai figli e in fin dei conti che te ne fai delle promesse se poi sai che verranno tradite. We Can, mister Obama. Ma dopo otto anni ti sei dimenticato di dire cosa. Cosa possiamo? Di quale sostanza sono fatti i sogni? Tu parli di nulla. Ma se l'America smette di sognare tutto il mondo perde l'illusione di una terra promessa.

È che il sogno americano ha bisogno di frontiere inesplorate, dall'Alaska alla California, da Ellis Island alla corrente del Golfo, da Cape Canaveral fino alla luna. È fuga, è terra, è andare sempre un passo più in là. È l'epopea che si nutre di coraggio. Non c'è più spazio per uno scorcio di secolo che spaccia soprattutto paura. Il sogno americano non costruisce muri, non definisce orizzonti, non si ferma davanti a cieli di un altro colore. Si muove in largo e punta in alto. Solo che l'ultima volta che hanno guardato in alto c'erano le torri che venivano giù e anche se ormai sono passati anni quella cicatrice fa un male cane ogni volta che cambia il tempo. Il sogno americano è un sogno borghese e adesso la borghesia è smarrita e si vergogna di se stessa. Il sogno americano può essere crudele, perché falcia chi non ce la fa, ma per più di un secolo ha promesso una breccia, una porta, una scala di ferro, un cencio di opportunità per chi ci credeva. Ma la paura ha chiuso porte e corridoi e non si inventano o trovano spazi se non puoi neppure sperare. Il sogno americano ti mette in quarantena e ti conta i denti in bocca ma se passi la visita pure tu che arrivi da lontano te la puoi giocare. Adesso stanno tutti attenti a parlarti corretto ma gentilmente, e neppure sempre, ti chiudono il ghetto. Che te ne fai allora di un sogno beneducato che puzza marcio di ipocrisia?

È che il sogno americano è una scommessa individuale e non si realizza per burocrazia. È questo il prezzo che stiamo pagando, noi europei prima degli americani. L'idea che tutto si può codificare, razionalizzare, confinare dentro un algoritmo, perché la realtà è che il futuro ci fa paura e l'imprevisto è legittimo soltanto in Borsa. Ci vuole uno scrittore schizofrenico per vedere con chiarezza dove ci siamo sfiniti, uno come David Foster Wallace, uno che si è impiccato: «Ho imparato che il mondo degli uomini così com'è oggi è una burocrazia. Ma ho anche scoperto la vera dote richiesta per fare strada in una burocrazia. La chiave non è l'efficienza, o la rettitudine, o l'intuizione, o la saggezza. Non è l'astuzia politica, la capacità di relazione, la pura intelligenza, la lealtà, la lungimiranza o una qualsiasi delle qualità che il mondo burocratico chiama virtù e mette alla prova. La chiave burocratica alla base di tutto è la capacità di avere a che fare con la noia. Di operare efficacemente in un ambiente che preclude tutto quanto è vitale e umano. Di respirare, per così dire, senz'aria. La chiave è la capacità, innata o acquisita, di trovare l'altra faccia della ripetizione meccanica, dell'inezia, dell'insignificante, del ripetitivo, dell'inutilmente complesso. Essere, in una parola, inannoiabile». È l'esatto contrario del sogno americano.

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