Chi ha cancellato la parola «gay» dall'omicidio di Luca

Chi ha cancellato la parola «gay» dall'omicidio di Luca

I fatti. C'è un ragazzo di 22 anni, Luca Varani, assoldato per 100 euro come giocattolo erotico, e poi c'è il suo assassinio perpetrato da due torturatori, violentatori, deturpatori di cadavere, Manuel Foffo e Marc Prato. Il tutto a Roma, durante l'ultimo fine settimana. Il delitto italiano più orrendo di questo secolo ha dunque avuto per sfondo la droga e il sesso portati al diapason e oltre. Gli assassini hanno agito in uno stato di esaltazione tale da protrarsi oltre la morte (non la loro, però), come se la violenza non bastasse mai, e dovessero inseguire la vittima per farla soffrire anche nell'aldilà, come nelle leggende azteche.

Qua e là sui giornali, con timidezza, è apparsa la parola «gay». Nei titoli, mai. Nessuno ha scritto «balletti verdi», come usava una volta. Oppure, più modernamente: eros e morte tra gay. I quotidiani e la cultura dominante per una volta non hanno fatto sociologia. Non sono andati a indagare sulla psiche coltivata nei circoli omosessuali, non ci sono stati criminologi che hanno dissertato sulle ossessioni che fioriscono dentro le fantasie sodomitiche condite di cocaina, né ci sono stati intellettuali che sui grandi quotidiani abbiano fatto a pezzi l'immagine amorevole della coppia gay o dell'odio che cova sotto la solidarietà di genere Lgbt.

Salvo casi sporadici subito sottoposti ad accuse di sciacallaggio, non c'è stata alcuna campagna di demonizzazione delle unioni omosex sulla base di questo delitto eretto a paradigma. Giusto. Non capita beninteso solo tra gli omosessuali, di ammazzarsi. Va bene così. Finalmente. Il male non ha per origine l'anonimato di una classe sociale, e non è nemmeno deducibile dall'appartenenza a questo o quel genere o preferenza sessuale. Non è colpa della società, o di suoi settori, insomma. Un uomo, una donna, un/una trans sono capaci di bene e di male, perché appartenenti alla razza umana.

Ciò non di meno è stato un privilegio raro quello di cui ha goduto la comunità gay. La quale comunità peraltro ha taciuto, non potendo in questo caso denunciare alcun delitto omofobico.Mi domando però ugualmente, senza generalizzare, se ci sia qualche rapporto tra questa spaventosa carica di sadismo e la cultura dominante nel nostro tempo, che ha la sua punta di diamante nelle avanguardie gay. Secondo questa visione non esiste limite sociale all'espressione dell'istinto, essendo esso un problema di scelta e di diritto individuale, quando non ci sia coercizione. Nessuno deve mettere becco nel consumo di droga e di sesso liberamente accettati per denari o gratis da chi vuole. Vietato vietare.

Siamo sicuri che la libertà di dare spazio all'istinto individuale senza limiti, specie se alimentata da molto denaro e dalla presunzione di esercitare un diritto, sia così innocente? Io credo che anche le scelte apparentemente private e dunque legali alla fine possano travolgere i più deboli che hanno la sfiga di attraversare la strada della personalità così audacemente trasgressiva. È una legge della natura umana, non etero né omo, ma semplicemente umana. Noi non siamo monadi isolate, siamo persone in una comunità, le nostre scelte risuonano e vibrano in chi ci è accanto. Quando si perde la misura del bene e del male e la società assiste neutrale, allora si guarda sgomenti a questi fatti e si esprimono solo «ahi» e «ahimè», ma giudizi niente, nessuno osa più.

Ben altrimenti accadde quando Erika, sedici anni, con la complicità del fidanzatino Omar, uccise la mamma e il fratellino a Novi Ligure. O ancora prima, allorché Pietro Maso assassinò turpemente i genitori. Sul rogo fu piazzata dalla stessa cultura che ora rispettosamente tace, la famiglia come generatrice di mostri. L'Unità ironizzò sul «quadretto» (testuale) e come questi delitti fossero esplosi non a caso in «famiglie di buona educazione, cattolicissime», sempre e comunque nel classico ambiente «tradizionale e tradizionalista». Il titolo «Quando in famiglia si nasconde il killer» (Oreste Pivetta, 26 marzo 2007). Normale in Italia. Per fortuna una volta tanto nessuno ha scritto un articolo intitolato: «Quando tra i gay si nascondono i killer». Ancora. I preti identificati con i pedofili. Esempio. Maurizio Crozza su La7 dedica questa battuta al figlio avuto con la maternità surrogata da Vendola: «Tobia, avrai i preti contro. Meglio così». Chiara l'allusione. La sociologia della demolizione in Italia è stata riservata alla famiglia e agli oratori e alle parrocchie, visti come luoghi di perversione.

Qui non si tratta di fare una gara a chi è più cattivo, ma di smetterla di impiccare categorie sociali al proprio pregiudizio. O se proprio si devono appendere, appendiamoli tutti. Anche i gay. Ma auspicherei di no.Renato Farina

Commenti