Chi sta provando a sabotare il dialogo

A 24 ore dall'apertura del dialogo tra maggioranza e Forza Italia puntuale come un orologio svizzero, arriva dalla procura antimafia di Nicola Gratteri il solito macigno blocca tutto, cioè l'arresto del presidente del Consiglio regionale della Calabria

La prima bordata arriva al mattino da quella magistratura «interventista» che siano ex toghe rosse o seguaci del rito «davighiano» fa lo stesso - che per qualcuno è «la guardia scelta» a protezione di questo governo: a 24 ore dall'apertura del dialogo tra maggioranza e Forza Italia, infatti, puntuale come un orologio svizzero, arriva dalla procura antimafia di Nicola Gratteri il solito macigno blocca tutto, cioè l'arresto del presidente del Consiglio regionale della Calabria, l'azzurro Domenico Tallini, per un'inchiesta su 'ndragheta e farmacie (un argomento che sembra studiato all'uopo). «Tipico esempio osserva la deputata forzista siciliana, Matilde Siracusano di giustizia a orologeria. La verità è che il dialogo ha tanti nemici a cominciare da un certo tipo di magistratura. L'arresto in Calabria accolto da Salvini con un applauso ne è una prova». «Il 95% delle inchieste di Gratteri se la prende Renato Brunetta sono finite con un buco nell'acqua». «Pazzesco!», rincara il renziano Marco Di Maio che ne sa qualcosa proprio perché il suo capo, Matteo, artefice da sempre del dialogo con il Cav, sta subendo da tempo lo stesso trattamento. Fulmine a ciel sereno? Neanche per idea, visto che l'ideologo del giustizialismo nostrano, Marco Travaglio, uno dei due badanti di Giuseppe Conte (l'altro è «Roccobello», così dicono lo chiami il premier, Casalino) aveva lanciato tre giorni fa una fatwa contro l'annusamento tra il Pd e Berlusconi dalle colonne del Fatto. E l'house organ di certe procure non parla mai a caso.

Quello che, invece, uno non si aspettava davvero sono le parole con cui Salvini, altro nemico del «dialogo», ha fatto gli auguri di buon lavoro a Nicola Gratteri: «Quando c'è da fare pulizia ben venga. Tallini mi ha attaccato più volte». Una dichiarazione di guerra bella e buona, a cui, per rendere più chiaro il suo avvertimento ai più duri di comprendonio, il leader della Lega ha fatto seguire un'ulteriore bordata: con una serie di telefonate ha dato l'input a tre deputati di Forza Italia- Laura Ravetto, Federica Zanella e Maurizio Carrara (che secondo Carlo Calenda tempo fa aveva bussato alla porta anche della sua formazione) - di lasciare Berlusconi ed entrare nel Carroccio. «Quello di Salvini non è un fallo di reazione è la risposta di Brunetta ma di disperazione, che indurrà noi a rispondere colpo su colpo». Anche perché è difficile che il leader leghista torni indietro: la sua non è una mossa tattica, ma una nuova strategia. «Forza Italia ha spiegato ai suoi è in disfacimento: una parte verrà da noi, un'altra andrà dalla Meloni, un'altra da Calenda. E non chiedetemi se mi sono pentito per l'astensione sull'emendamento anti-Vivendi al Senato, quello che interessava a Berlusconi, semmai mi sono pentito di non aver votato contro». Mentre l'altro ieri, nel colloquio con il presidente della Confindustria, Bonomi, Salvini ha pronunciato una velata minaccia anche verso l'altro protagonista del dialogo, il Pd. «Zingaretti e Orlando ha confidato sanno che ho ancora ottimi rapporti con un pezzo dei Cinque Stelle. Quando sarà il momento di eleggere il nuovo presidente della Repubblica se ne renderanno conto».

Populismo giustizialista, populismo sovranista: il potenziale «dialogo» è alla mercé di questa tenaglia. Ma non solo. C'è infatti anche chi interpreta il dialogo come un mero esercizio di parole. Cioè chi si contenta di fare melina, facendo buon viso e cattivo gioco. Innanzitutto il premier: per spingerlo a fare un passo su quella strada bisogna pregarlo due giorni, pauroso com'è che l'operazione porti ad un rimpasto che possa metterlo in discussione. Anche un personaggio come Dario Franceschini è più orientato verso il «quieta non movere», nel timore che ogni variabile si trasformi in un ostacolo per la sua corsa al Quirinale: la sortita di Sassoli sulla «cancellazione del debito contratto per il Covid», che ha fatto felici i grillini e infuriare mezzo Pd e azzurri, aveva lui come riferimento a Roma. «Franceschini non è contrario, ma tiepido», confida Brunetta. Tutte queste forze e contro-forze rischiano di far partorire alla montagna un topolino. Anche perché ai nemici del dialogo basta perdere tempo, per ridurre al minimo i tempi del confronto sulla legge di bilancio. Spiega Luca Carabetta, il meno ideologizzato dei 5stelle, il più forzista anche sul piano del look dei grillini: «Confronto in Commissione, magari il governo recepirà qualcosa nel maxi-emendamento, ma non ci saranno né doppi relatori, né commissioni ad hoc: la maggioranza non ha problemi di numeri, ma idee diverse su alcuni temi che l'ingresso di Forza Italia complicherebbe ulteriormente per noi. Perché dovremmo darci la zappa sui piedi?». Disquisizione che stranamente riecheggia nella parole del leghista Claudio Borghi: «Con il calendario di lavori che hanno deciso, il tempo sarà cadenzato dai voti di fiducia e non dal dialogo».

Se questi sono i nemici, un altro limite è che i protagonisti dell'operazione non hanno le idee su dove vogliono arrivare. Dice Brunetta: «Se otterremo il risarcimento totale per lavoratori autonomi e partite Iva, sarà un grande successo». Probabilmente sì, ma chi non sarebbe d'accordo nel centrodestra? E, infatti, se molti azzurri sono d'accordo sul nuovo posizionamento del partito, non capiscono dove però porti. «Giusta la linea spiega Alessandro Cattaneo ma non dobbiamo interpretarla verso i nostri interlocutori come se fossimo figli di un Dio minore. Non dobbiamo essere noi a dire che non vogliamo un altro governo. Anche per dimostrare ai leghisti che il confronto può essere il modo per mandare a casa Conte». «Non possiamo restare in mezzo al guado», rimarca Matteo Perego. «Dobbiamo andare fino in fondo - chiosa il coordinatore del Piemonte, Paolo Zangrillo senza fare la parte degli sfigati: non c'è la volontà di fare un governo insieme, bene; ma se dobbiamo appoggiare questo governo quei ministri che hanno sbagliato finora, da Azzolina a Bonafede, possono mandarli a casa, o no?». Insomma, il percorso è chiaro, la meta meno: tanto che Antonio Tajani ieri ha preso carta e penna per chiedere lumi al Cav.

Contraddizioni che trovi anche nella linea del leader del Pd Zingaretti, che ancora non ha capito che questo governo si basa solo sulla paura dei 5stelle di andare alle urne: «Per evitare il voto teorizza l'ex grillino, Paolo Lattanzio quelli accetterebbero pure un monocolore forzista, Zingaretti potrebbe imporgli ciò che vuole se solo osasse». E, invece, il segretario del Pd non osa. Eppure se si chiedessero ai dirigenti del pd i nomi dei ministri che cambierebbero perché non all'altezza, l'elenco sarebbe lungo. Bettini lo scrive in epistola. L'agenzia Dire, vicina al partito, non ha paura di ammettere: «Quante schiappe ci sono in questo governo». Basta guardare la cronaca di ogni giorno: mercoledì pomeriggio la legge di Bilancio bollinata dalla Ragioneria è stata presentata alla Camera, ritirata, modificata, di nuovo bollinata e ripresentata per gli errori che aveva nel testo. «Nella mia lunga carriera in Parlamento - ironizza con una punta di sarcasmo Brunetta non era mai successo».

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