Dopo il coltello dei Sikh parliamo pure dell'islam...

Con la sentenza della Cassazione che definisce «essenziale» l'obbligo per gli immigrati «di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale» anche l'Italia (forse) entra nel vivo di un dibattito già vivace in buona parte d'Europa

Dopo il coltello dei Sikh parliamo pure dell'islam...

Con la sentenza della Cassazione che definisce «essenziale» l'obbligo per gli immigrati «di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale» anche l'Italia (forse) entra nel vivo di un dibattito già vivace in buona parte d'Europa. Il tribunale ha negato a un indiano di portare con sé il coltello kirpan, dovere religioso per la comunità sikh. Dovere però che, a detta dei giudici, è in contrasto con le leggi italiane a tutela della pubblica sicurezza. Non è ancora chiaro quali siano confini e conseguenze del pronunciamento, ma la Cassazione sembra mettere nero su bianco il seguente principio: la vera integrazione non può prescindere dal rispetto «dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante». Corollario significativo, la società multietnica «non può portare alla formazione di arcipelaghi culturali confliggenti a seconda delle etnie che la compongono». Insomma: la legge è uguale per tutti. Questo principio non ammette deroghe ispirate a un malinteso senso di tolleranza. Se le rivendicazioni di ogni minoranza (culturale, etnica, religiosa) dovessero essere riconosciute per legge, avremmo presto un ordinamento giuridico diseguale e caratterizzato da eccezioni. Fatto che mina lo Stato di diritto. Lo ha spiegato benissimo, in Italia, Giovanni Sartori nel suo Pluralismo, multiculturalismo e estranei.

Saggio sulla società multietnica (Bur, 2000). Non a caso un libro che fu accolto dalle critiche dei sostenitori dell'arcipelago multiculturalista. Sartori spiegava che le leggi dello Stato liberale sottraggono l'individuo all'arbitrio proprio perché si applicano senza distinzioni. Al contrario, la moltiplicazione dei diritti, assegnati in funzione dell'appartenenza a una minoranza e protetti da leggi specifiche, reintroduce l'arbitrio e spinge alla frammentazione. Allo Stato è attribuito il dovere di intervenire e il potere di discriminare. E con questo la libertà fa un bel passo indietro. La strada della falsa tolleranza - il pugnale al sikh, il burqa all'islamica e così via - porta alla secessione culturale, come hanno imparato sulla propria pelle statunitensi, inglesi e francesi. La sentenza non impone l'abbandono della cultura d'origine, fatto che sarebbe incostituzionale, ma impone di adattarsi alle leggi del Paese in cui si vive. Stato di diritto, separazione dei poteri, separazione tra Stato e Chiesa, proprietà privata sono i cardini della nostra società. Non è il caso di archiviarli per adottarne altri meno liberali provenienti dall'estero. È questo il primo, indispensabile passo sulla via dell'integrazione, che prevede comunque la condivisione non obbligatoria di altri comportamenti che non sono regolati dalla legge ma dal costume. Il quale, a volte, si è imposto a costo di pacifiche ma dolorose battaglie. Un esempio per tutti. Il rispetto delle donne, inclusa la possibilità di sposare chi vogliono, anche uomini appartenenti a fedi diverse dalla propria, un problema che emerge ciclicamente nelle comunità islamiche (ma non solo).

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