I malati a pancia in giù: così migliora la distribuzione ​dell'aria nei polmoni

Cambiare la posizione da supini a proni può migliorare la situazione. I medici hanno infatti notato un miglioramento nella distribuzione dell’aria in tutto il polmone dei pazienti contagiati

Negli ultimi giorni i telegiornali ci hanno più volte mostrato cosa accade all’interno dei reparti di terapia intensiva, dove i pazienti contagiati dal nuovo coronavirus lottano spesso tra la vita e la morte.

In alcuni casi i malati non erano distesi normalmente sui loro lettini ma erano letteralmente a pancia in giù. Per quale motivo? È stata un’intuizione che si è verificata vincente. I medici hanno infatti osservato che questa posizione migliorava la distribuzione dell’aria in tutto il polmone, comprese quelle parti colpite dall’infezione.

Nei casi più gravi, infatti, il virus non si ferma nelle vie aeree del paziente, dalle quali passa per infettare l’organismo, ma prosegue fino a raggiungere i polmoni. Qui scatta una sorta di battaglia tra i germi e il sistema immunitario, il quale reagisce producendo anticorpi (mediamente dopo 4-5 giorni dal contagio). Lo scontro crea un essaudato, cioè una sorta di liquido che si riversa negli alveoli e impedisce ai polmoni di entrare in contatto con l’ossigeno. Avviene proprio questo quando il paziente si sente soffocare e spesso richiede di essere ricoverato in terapia intensiva.

Il meccanismo della pronazione

In ogni caso, scrive Repubblica, il meccanismo che consiste nel girare i soggetti a pancia in giù è stato spiegato nel dettaglio da Maurizio Cecconi, il quale dirige la rianimazione dell’Humanitas di Rozzano: “La parte destra del cuore manda nei polmoni il sangue, che riceve ossigeno e rilascia anidride carbonica. Una volta nel cuore sinistro, il sangue viene mandato nel resto dell’organismo, dove avviene lo scambio opposto”.

Quando ci troviamo di fronte a una sindrome respiratoria provocata dal coronavirus, quanto appena descritto si inceppa. I collegamenti saltano, i polmoni si riempiono di aria e l’ossigeno rimane lì, senza poter arrivare al sangue, il quale a sua volta non può distribuirlo nell’organismo.

Da questo punto di vista cambiare la posizione da supini a proni può aiutare a migliorare la situazione. “Si fa per cicli di qualche giorno – spiega ancora Cecconi – se i malati rispondono al trattamento, per circa 6 ore al giorno. In questo modo possiamo fare riposare il polmone usando pressioni più basse nei nostri ventilatori”.

Ricordiamo che la cosiddetta pronazione viene utilizzata anche al cospetto di altre sindromi respiratorie. Per girare un paziente è necessaria la presenza di almeno tre o quattro operatori sanitari protetti con mascherine, occhiali e tute, così da evitare di essere contagiati.

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