Coronavirus, il Piemonte è diventato il nuovo malato d'Italia

Più che la Lombardia adesso è il Piemonte a preoccupare gli esperti. All'ombra della Mole Antonelliana abbiamo 356 positivi ogni 100mila abitanti: il rapporto più alto del Paese

Coronavirus, il Piemonte è diventato il nuovo malato d'Italia

Altro che Lombardia: il grande malato d'Italia si chiama Piemonte. È qui che, rapportando il numero di contagiati rispetto alla popolazione, abbiamo i dati più preoccupanti del Paese. Come sottolinea il quotidiano La Stampa, all'ombra della Mole Antonelliana abbiamo 356 positivi ogni 100mila abitanti. Per fare un paragone, nella regione lombarda siamo fermi a 342. Insomma, in vista della fase 2 gli esperti sono più preoccupati per quanto potrebbe accadere a Torino che non a Milano.

Numeri preoccupanti

Partiamo dai numeri nudi e crudi. Due giorni fa il Piemonte ha scavalcato a destra l'Emilia Romagna ed è diventata la seconda regione italiana per casi di Covid-19. Lo sprint del territorio piemontese è iniziato ad aprile, quando l'indice dei positivi su 100mila abitanti è cresciuto dell'83,1% a fronte del 31,4% dell'Italia, del 33,8% della Lombardia e del 14,7% del Veneto.

I nuovi casi aumentano con una media del 2,5% al giorno mentre in Lombardia siamo intorno al 2% e in Emilia attorno all'1%. Morale della favola: è il Piemonte la regione che fatica di più ad appiattire la curva del contagio.

Scendendo nel dettaglio, notiamo l'emblematico caso di Torino. Fino a pochi giorni fa, questa era la quarta provincia in quanto a casi accertati; in breve ha superato Bergamo e ha messo nel mirino Brescia, due delle zone più rosse del Paese. Attenzione poi ad Alessandria, che conta 755 casi ogni 100mila abitanti - ovvero il doppio della media regionale - e 533 vittime (sul totale di 2.859 decessi regionali). E non è finita qui, perché il Piemonte è terzo per ricoverati in terapia intensiva e terzo per numero di decessi.

Cosa non ha funzionato

Il governatore Alberto Cirio, coadiuvato da un team di tecnici, è al lavoro per far ripartire la regione. Ma in un contesto del genere non è certo facile progettare la riapertura delle attività, anche perché le critiche si susseguono. Si va dai pochi tamponi effettuati all'inizio dell'emergenza alle stragi verificatesi nelle residenze per anziani, fino alle protezioni mancanti negli istituti sanitari.

L'avanzare dell'epidemia ha fatto breccia in tutte le crepe presenti sul sistema sanitario piemontese, tra la scarsità di assunzioni, la chiusura di presidi che oggi avrebbero potuto essere vitali, l'indebolimento della Medicina territoriale e l'accorpamento di vari servizi.

A detta di Fabrizio Faggiano, direttore dell'Osservatorio epidemiologico di Vercelli nonché professore ordinario di Igiene presso l'Università del Piemonte Orientale, all'interno della regione l'epidemia ''sta rallentando'' anche se ''potrebbe ripartire''. Nel corso di un'intervista rilasciata sempre alla Stampa, Faggiano è stato chiarissimo: ''In Piemonte si è iniziato tardi con i tamponi nelle Rsa e appena li si è fatti si è aperto il vaso di Pandora''. Anche perché il 44% dei contagiati, fa notare il professore, ''si trova nelle Rsa''.

Ma perché il Piemonte è diventato il malato d'Italia da tenere sotto controllo quanto e forse più della Lombardia? I motivi sono molti ma Faggiano prova a elencarli: ''Non c' è stato turnover, i medici e gli infermieri sono vecchi e i servizi territoriali non sono pronti. I dipartimenti di prevenzione, i distretti con i medici di base e l' assistenza domiciliare avrebbero dovuto intervenire prima. È possibile inoltre che il sistema regionale abbia puntato di più sugli ospedali, ma ogni azienda sanitaria pare essersi mossa per conto suo''.

Difficile, infine, prevedere il futuro. ''Tra qualche settimana – ha aggiunto Faggiani - la curva potrebbe rialzarsi per il minor distanziamento. Poi ci si aspetta una moderazione dell' epidemia in estate e un ritorno in autunno, ma con distanze e mascherine si può tenere bassa. Il rischio che salga esiste se non seguiremo le raccomandazioni''.