Pakistan, ragazza incinta di un italiano costretta ad abortire. L'appello: "Ribellatevi"

Incinta di un ragazzo italiano era stata costretta dai genitori ad abortire in Pakistan. Ora Farah ha una nuova vita a Verona e alle sue connazionali dice: "Ribellatevi"

Oggi Farah è una donna forte e orgogliosa. Ma, più di tutto, è una donna libera. Le ferite inferte dalla sua famiglia un anno e mezzo fa non si sono ancora rimarginate. E forse non si rimargineranno mai. Troppa violenza, troppo squallore, troppo dolore. Ma ora la sua vita è cambiata. E se è successo è soltanto grazie a sé stessa e al suo coraggio. Farah, la ragazza pakistana rapita dai genitori e costretta ad abortire in una clinica privata di Lahore si racconta per la prima volta al Corriere della Sera.

Oggi fa la cameriera. È tornata nella sua Verona dove vive all’occidentale. Lavora, paga l’affitto, esce la sera con le amiche. Come loro ha il sogno di costruire una famiglia. Ma con l’uomo che ama e non con "qualche cugino" che l’avrebbe "usata come mero strumento per poter ottenere un regolare permesso di soggiorno valido per Italia". Sono troppe, racconta, le donne pakistane che in Italia vengono "trattate come oggetti". Rinchiuse in casa "con il divieto di uscire, di incontrare persone esterne alla famiglia, di studiare, di esprimere le proprie idee".

È esattamente questo il futuro che voleva per lei la sua famiglia. Un destino a cui Farah ha deciso di sfuggire dopo averne toccato con mano la parte più orribile, la più dolorosa. A febbraio del 2018, a 19 anni, scopre di essere incinta. Il padre del bambino è un suo compagno di scuola. Ma quando dà la notizia alla famiglia i genitori non la prendono bene. Non è sposata e lui non è musulmano. Vogliono portarla in Pakistan e costringerla ad abortire. La attirano nel Paese d’origine con una scusa: la festa di fidanzamento del fratello. "Ci vediamo tra una settimana", aveva detto agli amici e al fidanzato. Ma i mesi passano e Farah a Verona non si vede più.

A Lahore è prigioniera, come racconta lei stessa ai giornalisti del quotidiano di via Solferino: "Fui segregata in casa, mio padre mi picchiava: per lui avevo disonorato la famiglia". Negli ospedali cittadini i medici si rifiutano di farla abortire. La gravidanza è già oltre il quarto mese. Così Farah, lasciata senza cibo per giorni, viene trasportata in un clinica privata. Qui una donna le inietta un medicinale. Lei perde i sensi e quando riapre gli occhi il suo bimbo non c’è più. Il racconto di quegli attimi è surreale. Accanto a lei c’è sua cugina che mangia dei biscotti e sua madre che parla al telefono come se nulla fosse. "Nessun rimorso, nessuna pietà", ricorda.

In quel momento decide che non avrebbe mai più voluto rivedere la sua famiglia. Le richieste di aiuto arrivano ai compagni di scuola tramite Whatsapp, si mobilita la Farnesina e la polizia di Islamabad, assieme a quella italiana, la liberano dalla sua prigionia. Farah racconta di come la madre le avesse chiesto, in un ultimo disperato tentativo di tenerla con sé, di negare tutto. Lei è combattuta. Ha di fronte la mamma in lacrime, ma decide di seguire la polizia. "Chissà come sarebbe andata a finire", si domanda. Forse, avrebbe fatto la vita di tante "pakistane costrette a vivere da recluse per colpa di un padre violento". Lei, il suo, l’ha denunciato per maltrattamenti. L’appello alle sue connazionali, e in generale a tutte le donne vittime di violenza, è semplice: "ribellatevi".

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