Tutte le cure da seguire subito a casa per evitare il ricovero da Covid

Il professor Remuzzi: “Tempestività e antinfiammatori ai primi sintomi”. In questo modo si può cercare di evitare il ricovero in ospedale

Tutte le cure da seguire subito a casa per evitare il ricovero da Covid

Curare il Covid da casa si può, soprattutto se si agisce con tempestività. Perdere tempo può essere deleterio. Il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Farmacologico Mario Negri, ha spiegato a Repubblica i contenuti del documento stilato insieme al professor Fredy Suter, a lungo primario di malattie infettive all’Ospedale di Bergamo. Il documento in questione è rivolto ai medici di base ed è l’unione dell’esperienza sul campo e di quella presente nella letteratura scientifica. L’obiettivo è quello di curare il Covid a casa, in sicurezza, e cercando di evitare un ricovero ospedaliero. Tutto dipende però dalla tempestività con cui viene iniziata la cura farmacologica. Come sottolineato da Remuzzi: “Prima agisci, più hai successo nell’evitare il ricovero”.

Tempestività è la parola d'ordine

Il professore ha tenuto a dire che non si tratta di un protocollo, né di linee guida, è piuttosto una descrizione di come i due medici curano i loro pazienti, portando al minimo i ricoveri. Dopo che molti colleghi hanno chiesto indicazioni su come curare i propri pazienti, i professori Remuzzi, Sutter, insieme alla dottoressa Cortinovis e al dottor Perico, hanno deciso di pubblicare un lavoro su Clinical and Medical Investigations per spiegare appunto come trattano i positivi al Covid direttamente a casa. Intanto il documento si basa, oltre che sulla letteratura scientifica, anche sull’ osservazione clinica dei pazienti con virosi alle alte vie respiratorie. Come premesso dal professor Remuzzi, sono tantissimi gli italiani che si rivolgono agli ospedali perché non hanno assistenza nel curarsi a casa. Il problema è che arrivano al Pronto soccorso quando ormai la situazione è preoccupante, in una fase iper-infiammatoria che può evolvere in modo molto negativo. Insomma, Remuzzi invita ad attaccare il virus ai primi sintomi, prima ancora di avvertire il medico di famiglia e prima di avere il risultato del tampone. Senza prendere la tachipirina.

Appena ci sembra di avere i primi sintomi da Covid, come per esempio la tosse, la febbre, la stanchezza, o anche dolori ossei e muscolari, nonché mal di testa, iniziamo subito la cura farmacologica che viene utilizzata per le virosi delle alte vie respiratorie. Niente tachipirina quindi, ma un antinfiammatorio. Questo servirà a contrastare l’infezione virale. Da tenere conto che nei primi giorni la carica virale è massima.

Come evolve il Covid e i farmaci utili

Per capire come intervenire è importante aver ben chiaro l’evolversi del virus. Nei primi giorni, in cui vi è l’incubazione e non abbiamo ancora i sintomi, la carica virale sale. Tra il 4° e il settimo giorno si comincia ad avere febbre e tosse. E questo è anche il momento in cui la carica virale è altissima. Proprio questo il momento in cui si deve intervenire e non, come spesso si fa, prendendo la tachipirina e aspettando l’esito del tampone.

Subito dopo può iniziare un periodo di infiammazione eccessiva con sindrome respiratoria acuta. Da qui il virus può raggiungere i polmoni, creando una reazione eccessiva del sistema immunitario che invece di aiutare, danneggia l’organismo. Remuzzi e i suoi colleghi vogliono riuscire a intervenire prima di questa ultima fase. Quando la febbre supera i 37,3 gradi o se vi sono altri sintomi, si devono assumere degli antinfiammatori, come per esempio il celecoxib. Il medico di famiglia, se non vi sono controindicazioni per il paziente, potrà prescriverne inizialmente una dose da 400 milligrammi, e poi una da 200 nel primo giorno di terapia, fino a un massimo di 400 milligrammi al dì nei giorni successivi, se lo ritiene necessario. Il ruolo di questi farmaci è quello di inibire l’infiammazione, agendo sia sull’enzima che sulle prostaglandine, formate dalla ciclo-ossigenasi 2.

Un altro farmaco inibitore è la nimesulide, che noi conosciamo con il nome di Aulin e che usiamo quando abbiamo dolori articolari. La dose consigliata è di 100 milligrammi due volte al giorno, dopo i pasti, per non più di 12 giorni. Se il paziente non può assumere questi due farmaci può sostituirli con l’aspirina. Di questa ne prenderà 500 milligrammi due volte al giorno dopo i pasti principali. In caso di febbre persistente, dolori muscoloscheletrici o altri sintomi infiammatori, il medico potrà prescrivere un corticosteroide come il desametasone. Anche questi servono a inibire l’infiammazione.

I valori da tenere sotto controllo

Come ha spiegato il professor Remuzzi, “come succede con tutti i farmaci, anche con i COX-2 inibitori rarissimamente possono esserci effetti negativi, per questo la nostra strategia non deve essere assolutamente un fai da te: è una strategia da seguire a casa esclusivamente sotto controllo medico. Il medico dovrebbe visitare il paziente a casa almeno una prima volta, poi impostare la terapia e effettuare le visite successive anche solo via telefono. Appena si avvertono i primi disturbi, il medico dovrebbe suggerire subito l’antinfiammatorio intanto che il paziente aspetta il tampone”. Dopo circa 5 giorni vanno fatti gli esami ematici, con conta dei globuli bianchi e rossi. Uno sguardo anche alla proteina C reattiva che avverte se l’infiammazione prosegue. Importante anche il valore della creatinina per vedere come stanno funzionando i reni, del glucosio e di un enzima per controllare il fegato. Se tutti i valori sono nella norma il paziente può continuare con aspirina o nimesulide. In una decina di giorni si dovrebbe guarire. Se invece i valori non sono nella norma si deve fare una radiografia al torace, senza recarsi necessariamente in ospedale. Il dottore può prescrivere il cortisone ed eventualmente anche l’ossigeno , se il soggetto è fragile, un antibiotico.

Come precisato dal professore: “Se l’esame del d-dimero (marcatore che rileva un’eccessiva coagulazione del sangue) ci indica che comincia ad esserci un’attivazione della coagulazione, allora il medico può somministrare una bassa dose di un anticoagulante come l’eparina, sotto cute, per prevenire la trombosi”. Secondo un’analisi su 2.733 pazienti Covid ospedalizzati nel Mount Sinai Health System di New York mostra che tra i pazienti sottoposti a ventilazione meccanica, il 29% di coloro che hanno ricevuto una terapia anticoagulante è morto, contro il 63% di coloro che invece non l’hanno ricevuta. Se non si arriva alla polmonite interstiziale il paziente guarisce. Al contrario, se la situazione peggiora il soggetto va ospedalizzato.

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