Denuncia il compagno violento e viene chiusa in una comunità con il figlio

Nonostante la madre abbia dimostrato, attraverso i controlli a cui è stata sottoposta, di essere idonea per crescere suo figlio, per colpa delle false denunce del suo ex compagno relazionate dagli assistenti sociali non riesce più a tornare a casa

Maltrattata e minacciata dal marito. Sola e con un figlio a carico. Adesso si trova "imprigionata" in una casa famiglia dalla quale non riesce più ad uscire. “Mi ero rivolta ai servizi sociali per chiedere aiuto. Oggi vivo nel terrore di non riuscire più a riappropriarmi della mia vita.”

Piange dalla disperazione Carlotta, quando inizia a raccontarci cosa, da anni, è costretta a vivere nella comunità in cui è stata inserita assieme al suo bambino. “Devo rispettare degli orari e questo non mi permette di accettare lavori che non combacino con le esigenze degli operatori. Manca il cibo. Fa freddo. Ci trattano male e io voglio tornare a casa”, racconta la ragazza. Lei ha 26 anni e un figlio nato nel febbraio del 2018. “Il mio bambino è affidato ai servizi sociali, da quando aveva pochi mesi. Questo perché ho scelto la persona sbagliata, un uomo che mi ha mentito fin da subito e che si è rivelato una persona che voleva solo farmi del male.” Spiega Carlotta. Quest’uomo si chiama Valerio Lattanzio, già noto alle forze dell’ordine perché risultato più volte indagato; già noto alle cronache perché coinvolto nello scandalo della tentata truffa ai danni del FC Inter, nel 2016.

Secondo i racconti della ragazza, l’uomo, nonché papà del suo bambino, avrebbe fatto violenza psicologica nei suoi confronti, fino ad arrivare a minacciare la donna sfiorando anche pesanti violenze fisiche. “Sono stata minacciata con un’arma che non ho saputo identificare. I carabinieri di Belluno hanno trovato a casa di mia madre la custodia di una “scacciacani” che però non è mai stata rinvenuta. Altre volte mi impauriva con dei coltelli da cucina.” E poi le minacce verbali. Ogni azione della donna era un pretesto per prometterle il peggio. Se lei lo avesse lasciato, ecco che l’uomo avrebbe fatto di tutto per allontanare il piccolo dalla sua mamma. Sms minatori. Insulti. Stalking.

Il calvario di Carlotta è inizio così. Tra le mura di casa. E quando sembrava di intravedere la luce in fondo al tunnel, quando consigliata dalla sua famiglia e dal legale che la seguiva, Carlotta decise di chiedere aiuto, il peggio doveva ancora arrivare. Mentre parliamo al telefono, la mamma fatica a riordinare i ricordi senza lasciarsi prendere dal dolore. Una pausa e lungo sospiro prima di ricordare le sofferenze dell’ultimo anno e mezzo. “A fine luglio 2018 mi decisi ad abbandonare l'appartamento dove vivevamo insieme al mio compgano per tornare da mia madre e iniziare l’iter di denunce necessario. Iniziai anche un percorso di psicoterapia privatamente per riuscire a gestire meglio quella difficile situazione. I Carabinieri vedendo che ero una donna giovane di 25 anni appena compiuti, senza alcun precedente, si erano anche offerti di trovarmi un lavoro per aiutarmi." La ragazza rimase incinta prima di terminare gli studi universitari. Alla nascita del bambino si trovava ormai fuori corso e quindi non più idonea per borse di studio. Impossibilitata a continuare la carriera accademica e in possesso sì di un diploma superiore, ma con poca esperienza lavorativa.

Carlotta decise di ascoltare i consigli delle persone che le erano vicine. Voleva riprendere in mano la sua vita. Crescere il suo piccolo e diventare la donna indipendente che non era riuscita ad essere fino a quel giorno. Così, decise di rivolgersi ai servizi sociali perché l’aiutassero con l'inserimento del bimbo all’asilo nido comunale. "I miei genitori lavoravano, i soldi erano pochi e io non sarei riuscita a mantenermi senza portare a casa uno stipendio, ma non avevo i soldi per pagare un nido privato al bambino". Piurtroppo però, l’aiuto non si rivelò tale. Da quel giorno fu proprio la ragazza ad essere messa sotto accusa. “Le assistenti sociali si concentrarono su di me. Dissero che ero troppo magra per essere in grado di occuparmi di me stessa e quindi di mio figlio, nonostante le mie analisi del sangue fossero normalissime e il pediatra del bambino si fosse rifiutato di riportare alcunché di negativo. Il piccolo era allattato e seguivo le istruzioni sul divezzamento aiutata da mia madre che lavora all’Agenzia delle Entrate di Belluno.”

Chiesero la “decadenza della responsabilità genitoriale” e Carlotta a settembre del 2018 fu costretta a trasferirsi in una comunità mamma-bambino a Vicenza dove venne monitorata 24 ore su 24 per 6 mesi. Ma perché questo allarmismo? Quale era stato l'indizio che aveva fatto sì che gli operatori dei servizi sociali potessero mettere in dubbio le capacità genitoriali della giovane mamma? Quando la mamma andò via da casa dopo aver sporto denuncia nei confronti del papà del bimbo per le violenze subite, a sua insaputa, l’uomo si era rivolto ai servizi sociali. “Per vendicarsi, aveva inventato che io fossi: una tossicodipendente, alcolizzata, prostituta e non idonea a occuparmi del bambino. Tutto relazionato minuziosamente ai servizi sociali per la tutela minori.” Racconta la mamma.

Da quelle denunce partirono i controlli da parte dei Carabinieri e della comunità. Tutto smentito. Gli operatori hanno monitorato e riportato nelle relazioni periodiche che la mamma è in grado di prendersi cura di suo figlio. Tanto che, il Tribunale dei Minorenni di Venezia, si mostrò favorevole a farle lasciare la comunità nel caso, la donna, avesse trovato un lavoro e fosse riuscita a dimostrare di avere una casa. “Ho sempre portato contratti in regola. Ogni richiesta del tribunale e delle assistenti è stata assecondata, ma ad oggi ancora viviamo in comunità io e mio figlio. Pago 550 euro al mese di nido privato eppure, la dirigente ha avuto l’ardire di dirmi che è meglio che io resti là, per convenienza economica e perché così nel weekend ho qualcuno che mi guarda il bambino.”

Nei mesi Carlotta aveva trovato varie proposte di lavoro, ma non riusciva a farle conciliare con gli orari della comunità e quindi le assistenti sociali e gli operatori le riferirono che non avrebbe potuto accettare gli incarichi. La situazione in casa famiglia però, non era delle peggiori. Carlotta riusciva a vivere in condizioni normali, nella pulizia e nel decoro. Eppure, qualcuno ha deciso che non si meritasse neanche questo. A marzo 2019 Carlotta è stata trasferita in una seconda comunità, molto più restrittiva della prima, nonostante il Tribunale dei Minorenni avesse negato il permesso. E mentre le richieste della mamma non vengono ascoltate il papà, nonostante le denunce, viene assecondato.

“Il padre del bambino - che durante la nostra relazione cercava di controllare ogni mia azione - continua a utilizzare il bambino come scusa per controllarmi: segnala alle assistenti sociali che io pubblico foto sui social che a lui non piacciono. Si inventò anche che in comunità avevo utilizzato l’immagine di suo figlio per pubblicizzare dei prodotti. Richiese perfino al Tribunale Ordinario di Belluno che io e il bambino continuassimo a vivere in comunità. Ha ottenuto, con tutte le sue meschine bugie, che inizialmente il Tribunale dei Minorenni decretasse affinché tutti i parenti del bambino non fossero autorizzati a vederlo.”

I nonni del piccino non sono mai stati messi sotto osservazione. Non sono presenti denunce nei loro confronti e niente, finora, ha mai fatto pensare che potessero essere un pericolo per lui. Eppure, il suo primo Natale, il bimbo lo ha passato in comunità, senza poter ricevere neanche un abbraccio dai nonni. Il papà nonostante le denunce non è mai stato sottoposto a restrizioni e vive libero nella sua casa senza che nessuno osservi costantemente la sua vita. Al contrario della ragazza. Costretta a vivere chiusa in una casa e lontana dalla sua famiglia, privata di ogni libertà, senza un motivo reale. “La comunità dove vivo ora non è assolutamente in grado di gestire dei minori, nel 2018 un bambino di 4 anni a loro affidato è morto a causa di un incidente. Il cibo è scarso, viviamo con i lucchetti ai frigoriferi e alle dispense. Spesso “dimenticano” di prenotare le visite mediche, di comprare pannolini, di fare la spesa…Uno degli operatori disgustato dalla situazione, si è licenziato.” Racconta la mamma.

Ma perché non lasciare che la ragazza, che adesso lavora e avrebbe una casa in cui andare a vivere, possa provare a crescere il suo bambino con tutti gli aiuti necessari ma fuori dalla comunità, considerando che non è mai risultata un pericolo per suo figlio? Difficile darsi una risposta. Se non fosse che il Comune di Belluno paga 146 euro alla comunità al giorno per mamma e figlio. Che in un anno sono circa 53mila euro solo per due persone.

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Commenti
Ritratto di franco_G.

franco_G.

Gio, 09/01/2020 - 16:41

Insomma, questi servizi sociali sono da AZZERARE. Tutti a casa. Così magari, cominciano a capire pure loro cosa vuol dire trovarsi ad affrontare problemi.