Depistaggio via D'Amelio, l'ex pentito: "Così gli agenti mi spiegavano cosa dire"

Le dichiarazioni dell'ex pentito, che rivelò falsi retroscena sulla strage: "Erano i poliziotti a suggerirmi cosa dire"

Depistaggio via D'Amelio, l'ex pentito: "Così gli agenti mi spiegavano cosa dire"

"Erano tutti consapevoli che io non sapevo niente. I poliziotti mi dicevano cosa dovevo dire ai magistrati e me lo facevano ripetere". Così Vincenzo Scarantino parla davanti ai giudici, nel processo sul depistaggio sulle indagini della strage di via D'Amelio, che vede imputati tre poliziotti, parte del gruppo investigativo "Falcone e Borsellino".

Scarantino, ex collaboratore di giustizia, aveva rivelato particolari sulla strage che aveva portato alla morte del giudice Borsellino e di cinque agenti della scorta e che, anni dopo, si rivelarono false. "Io non ho mai fatto niente. Non c'entro con le stragi", ripete ora l'ex pentito, che accusa i poliziotti di averlo indottrinato e costretto a parlare ai magistrati: "Se non combaciavano le cose che dovevo dire, loro mi dicevano di non preoccuparmi. Io andavo dei magistrati e ripetevo, quando ci riuscivo, quello che mi facevano studiare". Scarantino si presentò per la prima volta davanti a una corte nel 1995. Spesso, racconta, non riusciva a ricordare le parole che gli agenti gli avevano suggerito di ripetere, ma anche per quest'evenienza i poliziotti avevano la soluzione: "Quando non sai una cosa basta che dici ai magistrati che devi andare in bagno, tu ti allontani e poi ci pensiamo noi. Ti diciamo noi quello che devi dire".

Scarantino aveva provato a ritrattare le sue false dichiarazioni, ma non venne creduto. Secondo quanto racconta l'ex pentito, nel 1998, aveva rivelato all'allora pm di Caltanissetta Ilda Boccassini di aver raccontato solo falsità: "Scarantì, io non le credo", sarebbe stata la risposta del magistrato. La Boccassini, già nel 2015, aveva affermato di diffidare della ritrattazione dell'uomo: "Il pentimento di Scarantino era la prova regina della sua inaffidabilità e verificare non era compito mio".

I poliziotti alla sbarra sono Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, che facevano parte del Gruppi investigativo "Falcone e Borsellino". Sono accusati di concorso in calunnia aggravata e di favoreggiamento nei confronti di Cosa Nostra.

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