Il disastro di Pompei e l'eccellenza di Ercolano

Ai piedi del Vesuvio si rappresentano due tragedie latine dalla trama opposta: nella prima è protagonista il pubblico, che fa morire il mito di Pompei, nella seconda entra in scena il privato, che fa risorgere Ercolano

Il disastro di Pompei e l'eccellenza di Ercolano

È considerata la sorella minore della rinomata Pompei, comprende un’area decisamente inferiore ed è meno conosciuta ai più, persino in Italia. Eppure l’antica Ercolano rappresenta oggi un vero e proprio gioiello che è diventato oggetto di studio come best practice nella gestione delle aree archeologiche. Merito di un filantropo: David W. Packard, figlio del cofondatore del colosso dell'informatica Hp e presidente del Packard Humanities Institute, fondazione senza scopo di lucro con sede in California che contribuisce alla conservazione del patrimonio storico, archeologico e cinematografico.

Packard arriva in Italia nel 2000 e rimane colpito dalla bellezza e dal degrado dei nostri beni archeologici. All’epoca l’area visitabile di Ercolano si riduceva ad un terzo del totale, su cui pesava un imbarazzante assenza di servizi. Il magnate decide quindi di muoversi. Un anno dopo firma un protocollo d’intesa con la Soprintendenza e in seguito avvia una vera e propria partnership col pubblico. In sostanza la fondazione progetta (e investe) e la Soprintendenza appalta i lavori. È un metodo che sgancia l’attuazione dei progetti dai fondi privati ed è quindi fattibile anche in ambito pubblico. In dieci anni la PHI finanzia qualcosa come 16 milioni di euro per la conservazione e gli interventi di restauro. Il modello funziona e il risultato è sorprendente: nel giro di dodici anni di sperimentazione si arriva al 65% di aree visitabili, aumenta il personale di sorveglianza e c'è un supporto tecnico e gestionale continuo dodici mesi all’anno. Oggi, inoltre, il sito ospita un percorso multisensoriale aperto anche ai disabili. E si sta cercando di integrare la città vecchia con quella nuova, coinvolgendo la comunità locale.

Ma il mecenate non si ferma qui, perché i tecnici sono al lavoro per la realizzazione del Museo Archeologico di Ercolano, una struttura seminterrata ad impatto minimo sull’ambiente, la cui progettazione è stata affidata a Renzo Piano. Eccolo, allora, il ritorno al mecenatismo, ma quello d’impresa. Potrebbe essere questa la nuova frontiera del turismo “Made in Italy”, l’ossigeno per un’economia enorme che - si è detto tante volte - darebbe all’Italia persino qualche spiraglio per una via d’uscita dalla crisi. Per ora, invece, rimangono soltanto oasi felici in immensi deserti. Sedici chilometri di distanza, siamo a Pompei. La Soprintendenza è la stessa, ma la musica è diversa. Nel sito Unesco tra i più famosi al mondo è la Soprintendenza (quindi il pubblico) a gestire in toto l’area archeologica. E lo fa nei modi che sappiamo, investendo - secondo le ultime notizie diffuse - soltanto 500mila dei 105 milioni di euro di fondi europei a disposizione soltanto per il sito. Sì, avete letto bene: è stato speso la miseria di un duecentesimo dei finanziamenti che spettano all’Italia per far fronte alla conservazione dell’antica Pompei.

Quella stessa in cui sono ormai circa 80 gli edifici chiusi al pubblico è c’è quasi il 50% di inaccessibilità. Senza parlare dei servizi; Pompei è terra di nessuno: cartelli fatiscenti, percorsi archeologici incomprensibili, pochissimi ingegneri e architetti addetti al monitoraggio delle strutture, personale di sorveglianza anziano e ridotto all'osso.

Ai piedi del Vesuvio si rappresentano due tragedie latine dalla trama opposta: nella prima è protagonista il pubblico, che fa morire il mito di Pompei, nella seconda entra in scena il privato, che fa risorgere Ercolano.

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