Frasi drammatiche da Bergamo: "I contagiati accanto alle salme"

Il direttore di una Rsa rivela la drammatica situazione in Val Seriana: "Costretti a staccare una bombola di ossigeno a un paziente, per darla a un altro"

"Stiamo andando al di là delle regole". Emerge anche questo dal racconto drammatico che Cesare Maffeis, 52 anni, direttore di una Rsa per anziani in Val Seriana, in provincia di Bergamo, fa al Corriere della Sera, parlando dell'emergenza coronavirus, che ha investito l'Italia e la Lombardia in particolare.

È dal 2012 che Maffeis lavora per una Rsa, ma ora "non so più che lavoro facciamo, non è più un lavoro ma mutuo soccorso reciproco tra medici, infermieri, farmacisti. Almeno quelli che sono rimasti in campo". Diversi, infatti, i colleghi già contagiati dal Covid-19, che sta mettendo in ginocchio la zona. E la sua testimonianza ne è un'ulteriore dimostrazione: "Stiamo andando tutti al di là delle regole, ormai le regole non esistono più- spiega-Molti di noi si sono trovati nella condizione di staccare una bombola di ossigeno a un paziente che avevamo fatto ricoverare in rianimazione e intubare solo per poterla dare a un altro paziente che non respirava". Trovare l'ossigeno, infatti, non è semplice: occorrono dalle 24 alle 72 ore.

Ma questa non è l'unica difficoltà che devono affrontare gli operatori sanitari in prima linea nelle zone più colpite. "Non ci sono tamponi che vengono effettuati nelle residenze sanitarie per anziani, non li ha nessuno.Il test viene fatto esclusivamente al paziente sintomatico in ospedale", racconta, mentre si trova fermo in macchina, lungo il percorso che lo porta al prossimo paziente, in una casa di riposo per anziani.

Maffeis parla anche della difficile situazione in cui si trovano medici e infermieri: "La cosa che dall’esterno non si comprende è che i medici sono al capolinea, altri venti giorni così non li reggiamo". E, secondo lui, è probabile che il problema non verrà risolto a breve termine, "per il semplice motivo che non riusciamo a capire: ci sono malati che sembrano gravi e guariscono e altri a cui diresti 'Signora, lei sta benissimo, non ha più problemi' che muoiono". Poi, lancia un appello, rivolto a chiunque "è fuori": "Spero comprendano quello che sta accadendo qui, non oso immaginare cosa possa accadere in altre parti d'Italia non c'è questo sistema sanitario di supporto".

Nella zona di Bergamo i morti sono tanti, ma il personale sanitario non ha il tempo di pensarci, rivela Maffeis: "La settimana scorsa ho seppellito due miei carissimi amici. Non ho avuto il tempo per pensare. Sa quando me ne sono ricordato? Mentre percorrevo una strada per raggiungere una mia paziente che stava male. Ho incrociato per caso un’auto identica alla sua e per cinque secondi mi sono commosso".

Sulla paura di un contagio, però, il direttore della Rsa dice: "O facciamo o facciamo, non abbiamo molta scelta e se succede succede". Non c'è alternativa. E per far comprendere cosa sta accadendo in Bergamasca fa un esempio struggente: "C'è stata una signora di 70 anni, ricoverata in terapia intensiva per una polmonite, con accanto la salma del marito deceduto il giorno prima".

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