Per farsi un'idea equilibrata della crisi iraniana serve una parola che oggi sembra fuori moda: prospettiva. Perché non siamo davanti a uno scontro locale esploso all'improvviso una settimana fa. Siamo davanti a un conflitto che cova da decenni, e che si muove su scala globale lungo tre direttrici: l'equilibrio regionale in Medio Oriente, la proliferazione nucleare e la sfida lanciata dalle potenze revisioniste all'ordine internazionale.
Dal 1979 il regime iraniano persegue un obiettivo strategico costante: cancellare lo Stato di Israele ed espellere la presenza americana dalla regione, per ridisegnare il Medio Oriente secondo il proprio modello teocratico. Lo fa attraverso una guerra indiretta: il terrorismo delegato a Hezbollah e Hamas, usato per colpire i nemici e consolidare la propria influenza. Nel frattempo accumula missili e sviluppa capacità nucleari con uno scopo preciso: diventare intoccabile.
Questa strategia ha raggiunto il suo punto più alto dopo il 7 ottobre 2023. In quel momento uno dei proxy iraniani, Hamas, ha compiuto il massacro che ha sconvolto Israele; un altro, Hezbollah, stava trasformando il nord del Paese in una zona fantasma; mentre i ribelli Houthi nello Yemen incendiavano il Mar Rosso, mettendo a rischio una delle rotte commerciali più vitali del pianeta. Sullo sfondo di questa escalation, Teheran continuava ad accelerare il proprio programma nucleare.
Negli ultimi anni gli accordi di non proliferazione si sono progressivamente indeboliti. Il programma nucleare iraniano ha continuato ad avanzare, lasciando intravedere il rischio di una proliferazione incontrollata in Medio Oriente. Le giustificazioni civili e pacifiche invocate dal regime non reggono alla prova dei fatti: il continuo arricchimento dell'uranio ha un solo significato plausibile, la costruzione dell'arma nucleare.
Teheran rifiuta sistematicamente di sottoporsi a un regime internazionale di controlli. L'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'organismo delle Nazioni Unite incaricato delle ispezioni, parla apertamente di "situazione di emergenza". Già dal 2019 denuncia la mancanza di cooperazione iraniana e il mancato rispetto degli obblighi internazionali. Da allora il quadro è soltanto peggiorato.
In parallelo, negli ultimi anni si è rafforzata una rete di cooperazione tra Iran, Corea del Nord, Russia e Cina. I droni iraniani hanno contribuito alla devastazione delle città ucraine durante l'invasione russa. E Teheran ha studiato proprio quella campagna di bombardamenti per progettare i propri attacchi contro Israele.
Neppure l'Europa è immune dall'azione destabilizzatrice della Repubblica islamica. Il regime iraniano organizza operazioni e attentati contro i propri oppositori anche sul territorio europeo, dimostrando che il conflitto non ha confini netti.
Questo contesto spiega i due recenti interventi degli Stati Uniti, inevitabili per una superpotenza globale. Probabilmente non facevano parte del programma politico con cui Donald Trump ha inaugurato il suo secondo mandato. Anzi, lo contraddicono. Chi aveva promesso il disimpegno dal Medio Oriente aveva già corretto la rotta intervenendo contro gli Houthi. Ora quella correzione si ripete. Resta però da capire quale profondità strategica l'amministrazione americana voglia davvero dare a questa nuova fase.
Sono convinto che l'Europa debba restare al fianco dei suoi alleati. Per solidarietà verso un Paese che vive sotto la minaccia costante di un nemico deciso a diventare una potenza nucleare e a sottrarsi a qualsiasi controllo internazionale.
Nessuno desidera le conseguenze di una guerra. E le guerre, come la storia insegna, producono spesso effetti imprevedibili. Ma un'analisi sobria e responsabile deve riconoscere che lo scenario peggiore sarebbe un altro: la cristallizzazione di una teocrazia fanatica che massacra il proprio popolo e minaccia i vicini, trasformata in potenza atomica e arbitro di un Medio Oriente ormai ridotto a polveriera nucleare.
Per questo alcune posizioni politiche ridotte a esibizioni morali, utili solo a raccogliere consenso immediato, appaiono fuori luogo. Un governante responsabile non può limitarsi ai desideri personali o alle posture etiche. Deve muoversi dentro la realtà delle circostanze. E la realtà è che non possiamo ignorare la minaccia rappresentata dal regime degli ayatollah.
L'idea di usare il pacifismo come arma politica non è nuova. Fu un'invenzione sovietica che l'Europa conosce bene: quel pacifismo incondizionato che mette sullo stesso piano aggressore e aggredito. Una pace trasformata in strumento tattico. Da un lato demoralizza l'avversario, accusato di essere nemico della pace. Dall'altro rafforza chi prepara il conflitto: pochi strumenti spingono verso la guerra quanto l'idealismo manipolato.
Esiste, naturalmente, un amore per la pace più autentico e disinteressato. Ma riconoscerlo non significa dimenticare una verità elementare: la sicurezza di una società dipende dalla fermezza con cui difende il proprio diritto. Ogni comunità deve conoscere i pericoli che la circondano e accettare che la guerra, pur non desiderata, può essere imposta dalle scelte altrui.
Invocare il diritto internazionale come scudo di una tirannia appare poi ipocrita quando sono ancora fresche le ferite delle migliaia di iraniani uccisi nelle strade dal loro stesso regime. Dopo aver assistito a quelle repressioni, ascoltare il rappresentante dell'Iran al Consiglio di Sicurezza mentre parla solennemente della Carta delle Nazioni Unite provoca soltanto imbarazzo e indignazione.
Il diritto internazionale non può diventare il rifugio dei peggiori regimi. È legittimo chiedersi se un sistema giuridico globale possa funzionare quando il Consiglio di Sicurezza resta paralizzato dal veto delle grandi potenze. E sarebbe irresponsabile escludere nuove minacce imminenti quando nessuno, appena pochi mesi prima, immaginava un attacco come quello del 7 ottobre.
Il diritto, senza la forza che lo sostiene, smette di essere diritto. Usarlo per dividere le alleanze, violare gli impegni internazionali e danneggiare l'interesse nazionale, tutto per ottenere un vantaggio politico immediato, rappresenta in realtà la sua violazione più grave.
José María Aznar
Ex premier spagnolo