Il copione è sempre quello.
Cambiano i volti, gli slogan, le scenografie da corteo, ma la sostanza resta identica: il 25 Aprile non è una festa, è un’arma. E in Italia quell’arma la impugna la sinistra. A volte la nasconde sotto il mantello della riconciliazione, a volte la sguaina e colpisce. Dipende da chi sta vincendo. Ieri – come ogni anno – non eravamo in attesa della memoria, ma degli incidenti.
Non della libertà, ma delle scomuniche. Il tribunale morale si riunisce puntuale. Imputato unico: chi non si inginocchia. E oggi, se non sei allineato all’antifascismo versione pro Pal, non sei solo sbagliato: sei pericoloso. Vedi l’infame trattamento riservato alla Brigata ebraica a Milano, dove è sibilata contro di loro l’atroce contumelia: «Siete saponette mancate».
Eppure si racconta ancora la favola: il 25 Aprile come festa della libertà, della fine della guerra, dell’Italia che riparte insieme. Bello. Da libro Cuore.
Ma è una mezza verità. E le mezze verità sono più insidiose delle bugie: si travestono bene.
La realtà è più ruvida. Subito dopo il 25 Aprile, mentre si celebrava la libertà, si regolavano i conti. Anche personali. Anche miserabili. E dentro quel clima – che ha avuto il torto di raccontare Giampaolo Pansa, trattato da eretico – si fece pulizia. Non solo di fascisti, ma di chiunque non fosse comunista: professionisti, imprenditori, cattolici, liberali, socialisti non allineati, preti. Gente senza fazzoletto rosso. Si vedeva in questi leader naturali del popolo la possibile alternativa al comunismo.Un problema.
Risolto dalle Volanti Rosse, con l’assassinio. Anzi: risolto mica tanto. Ci fu il 18 aprile 1948, Deo gratias. Ma ci riprovarono, eccome. Poi arriva la fase elegante. Quando la sinistra prende confidenza con il potere, cambia tono. Non sostanza: tono. Scopre la riconciliazione, la memoria rispettosa, le mani tese. È la stagione di Luciano Violante e di Carlo Azeglio Ciampi. Tutto molto nobile. Peccato che duri finché comandano loro. Appena il vento gira, torna il riflesso condizionato.
1994: vince il centrodestra di Silvio Berlusconi. Il governo non è ancora nato e già partono gli allarmi. Milano in diretta, elicotteri, mobilitazione: non una festa, ma una chiamata alle armi contro il «ritorno del fascismo».
Sempre quello. Morto e sepolto, ma utile da riesumare: lo tirano fuori dalla tomba e poi gridano al pericolo. Da lì non cambia più nulla. Se governa la destra: fascismo. Se perde la sinistra: emergenza democratica. Se si discute: revisionismo. Se si dissente: colpa morale.
Nel 2001 la replica: appello degli intellettuali, cognomi doppi, toni isterici. Si evoca il Duce in doppiopetto. In mezzo anche Norberto Bobbio.
Ma il meccanismo è sempre lo stesso: paura organizzata. Il giochino è elementare: quando governano, parlano di memoria condivisa.
Quando rischiano di perdere, urlano al fascismo. Sempre. Senza fantasia. E chi rompe la narrazione paga: Giampaolo Pansa non è stato isolato perché sbagliava, ma perché raccontava.
Il problema non è avere la stessa memoria. Non esiste. Il problema è avere un minimo comune: riconoscere l’avversario, difendere il Paese, non sabotare tutto per gli affari della propria bottega. E invece, appena serve unità, la sinistra si sfila. Quando Giorgia Meloni viene attaccata da fuori – da Donald Trump o Vladimir Putin – invece di serrare i ranghi, si distinguono. Opposizione anche all’interesse nazionale. Stesso copione con la Svizzera che presenta il conto agli italiani feriti: trattati da polli da spennare.
Occasione per dire «siamo italiani». Niente. Distinguo.
Puntualizzazioni. Piccola politica.
Nelle piazze, intanto, inclusione a parole, esclusione nei fatti. Guai ai sionisti, simboli insultati.
Quest’anno il sabato ha fatto il lavoro sporco: meno presenza ebraica, meno imbarazzo. Tutto più pulito. Anche troppo. Sul fondo, i soliti: martelli, nostalgie, linguaggi da guerra civile. Non folklore. E la sinistra «seria»? Li tollera, li sfiora, li usa. Diciamolo secco: oggi il linguaggio violento non sta a destra. Sta a sinistra. E non viene davvero isolato perché serve.
Altro che 25 Aprile o 2 Giugno. La data più onesta, ormai, è l’8 settembre: lo sbandamento, la fuga, la patria che si scioglie. È l’immagine più realistica di un Paese che una parte politica continua a raccontare come un errore da smontare.
Il punto è semplice. In democrazia ci sono due lati del tavolo. Se ne elimini uno, non migliori la cena: rovesci il tavolo. E invece siamo sempre lì. Da capo. Con una festa usata come manganello, una memoria ridotta a clava, una politica che invece di crescere regredisce.
Il fascismo è storia.
Peccato che, alla fine, il conto lo paghi sempre lo stesso: il Paese, la Nazione, la Patria. Ciascuno scelga la dizione preferita. Ma è l’Italia, siamo noi.