La "rotta dei jihadisti" che allarma l'Italia

Il procuratore antimafia e antiterrorismo ha parlato in audizione davanti ai membri del comitato parlamentare Schengen e non ha nascosto i suoi timori relativi ai flussi migratori

La "rotta dei jihadisti" che allarma l'Italia

Di recente l'Italia è stata oggetto di minacce dirette da parte dell'Isis. Segno di come il terrorismo sia in grado di alzare la testa dopo mesi di apparente calma. Una domanda che da tempo circola negli ambienti politici, riguarda il collegamento tra l'emergenza immigrazione e il terrorismo. Intervenuto davanti ai membri del comitato parlamentare Schengen, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho ha parlato apertamente di questa possibilità. L'attenzione, in particolare, è puntata sulla rotta tunisina.

Il pericolo che arriva dal canale di Sicilia

Le allerte terrorismo riguardanti l'immigrazione dalla Tunisia non costituiscono una novità. Già nel 2017, anno nero sul fronte degli sbarchi fantasma, il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio ha apertamente parlato di possibili infiltrazioni jihadiste. Negli anni alcune inchieste condotte in Sicilia, a partire da quella denominata Barbanera, hanno messo in evidenza l'arrivo di “importanti personaggi” sulle coste italiane.

Il procuratore de Raho in audizione ha messo nero su bianco tutti gli ultimi allarmi: “Acquista sempre più spessore il canale della Tunisia – si legge nelle sue dichiarazioni – che costituisce origine e provenienza di soggetti a rischio sotto il profilo del terrorismo”. Parole quindi che non lasciano spazio a dubbi.

È forte, soprattutto nell'attuale momento storico, il pericolo di infiltrazioni di natura jihadista tra i barconi salpati dalla Tunisia. Il procuratore nazionale antimafia poi ha citato uno dei più recenti esempi di terrorismo “importato” dal Paese nordafricano: “L'attentatore dell'ottobre del 2020 a Nizza è appunto uno dei soggetti che proveniva dalla Tunisia – ha spiegato de Raho con riferimento allo sbarco a Lampedusa nel settembre dell'anno scorso del ragazzo jihadista autore dell'attacco in Francia – In particolare il procuratore nazionale di Parigi chiese informazioni sulla provenienza del soggetto e su tutti gli elementi che avevamo a disposizione”.

Gli occhi della diplomazia e delle forze di sicurezza sono puntati sulla Tunisia in queste settimane per via della situazione politica interna al Paese. Il 25 luglio scorso infatti il presidente Kais Saied ha licenziato il primo ministro e congelato il parlamento. Un colpo di mano che acuisce i timori circa una nuova possibile destabilizzazione.

Il rischio legato ai foreign fighters

De Raho ha comunque voluto sottolineare come, nonostante le ultime minacce, la situazione sul fronte terrorismo in Italia rimane sotto controllo: “L'Italia è un Paese a rischio – ha speficiato il procuratore – ma certo è un rischio limitato dalla grande attenzione che le forze di polizia mettono su soggetti che potrebbero portare avanti attività di terrorismo”.

Il pericolo non viene solo da chi approda lungo le nostre coste, ma anche da chi negli anni scorsi è partito per affiancarsi ai gruppi jihadisti: “Riguardo ai foreign fighters partiti dall'Italia – sono i numeri resi noti da de Raho – 56 sono deceduti, 34 rientrati in paesi di provenienza, di cui 11 solo in Italia e di questi 3 sono detenuti e 8 costantemente monitorati”.

Chi controlla l'immigrazione

Un passaggio della sua audizione il procuratore antimafia lo ha voluto dedicare anche alle organizzazioni criminali che controllano il traffico dell'immigrazione. Dalle sue parole è emerso ancora una volta come il fenomeno spesso sia tutt'altro che spontaneo: “Il migrante quando arriva ha già un'assegnazione o italiana o in altro Paese – ha dichiarato de Raho – E il più delle volte questa accoglienza viene assegnata a intermediari che prendono i soldi”.

Le organizzazioni criminali che gestiscono l'arrivo dei migranti hanno base nei Paesi di origine: “L'accompagnamento dei migranti è sostanzialmente controllato dalle stesse organizzazioni criminali che hanno sede nei Paesi di provenienza dei migranti – si legge ancora nelle dichiarazioni del procuratore – che vengono poi destinati ad attività di prostituzione o lavorative a sottocosto. Queste organizzazioni curano il trasferimento dei migranti da un Paese a un altro”.

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