I misteri del Mostro di Firenze: "Se ne parlerà per sempre"

Tra il 1968 e il 1985, 8 duplici omicidi sconvolsero la campagna di Firenze. Ma, a distanza di oltre 50 anni, i dubbi intorno alla vicenda sono ancora tanti e alcuni delitti sono rimasti senza un colpevole

I misteri del Mostro di Firenze: "Se ne parlerà per sempre"

Il 9 settembre del 1985 due giovani francesi, Jean-Michel Kraveichvili e Nadine Mauriot, vennero ritrovati morti in una piazzola di Scopeti, una frazione di San Casciano in Val di Pesa. Fu l'ultimo di 8 duplici omicidi avvenuti nelle campagne fiorentine tra il 1968 e il 1985 attribuiti a uno dei più temuti serial killer della storia italiana, noto come il Mostro di Firenze. Ma ancora oggi, a distanza di oltre 50 anni dal primo duplice omicidio, sono tanti i misteri, i dubbi e le incongruenze che aleggiano attorno a una storia che non è mai stata del tutto chiarita. In tutta la vicenda vi è un solo punto fermo: "L'unica cosa certa sono i 16 ragazzi morti", spiega Francesco Cappelletti, che al Mostro di Firenze ha dedicato il blog Insufficienza di Prove al quale lavora da anni.

Gli 8 duplici omicidi

Nel corso di 17 anni (dal 1968, data del primo assassino, al 1985 data dell'ultimo) le vittime furono 16 in totale: 8 coppie vennero sorprese dal killer mentre erano appartate in autovetture (tranne l'ultima, in tenda) parcheggiate nelle campagne toscane. I delitti vennero commessi usando in tutti i casi le stesse armi: una pistola Beretta semiautomatica della serie 70, calibro 22 di tipo Long Rifle, caricata con munizioni Winchester marcate con la lettera H sul fondo, e un'arma bianca, probabilmente un coltello.

Il primo duplice delitto avvenne la notte del 21 agosto 1968 a Lastra a Signa: Antonio Lo Bianco, muratore 29enne originario di Palermo, e Barbara Locci, casalinga 32enne sarda, vennero uccisi entrambi con quattro colpi di pistola mentre si trovavano appartati all'interno dell'automobile. Secondo quanto emerso successivamente, i due erano amanti e la donna era sposata con Stefano Mele con cui aveva avuto un figlio, Natalino, che quella notte dormiva sul sedile posteriore dell'auto. Intorno alle due della mattina del 22 agosto, il bambino suonò alla porta di un casolare, dicendo che la mamma e "lo zio" erano morti in macchina.

Sei anni dopo l'omicidio di Signa, il 14 settembre 1974. Pasquale Gentilcore e Stefania Pettini, di 19 e 18 anni, persero la vita in una strada sterrata di Rabatta, Borgo San Lorenzo. Il ragazzo venne raggiunto da 5 colpi di pistola esplosi dalla stessa arma del primo omicidio, che lo lasciarono senza vita, mentre la ragazza venne colpita per tre volte, poi venne trascinata fuori dall'auto e uccisa con diverse coltellate. Su entrambi i corpi vennero individuate diverse ferite inferte post mortem con un'arma bianca: sul corpo di Stefania, la perizia ne individuerà ben 96, "sparse per tutto il tronco ma raggruppate a livello addominale nella regione pubica".

Il terzo duplice omicidio risale al 6 giugno 1981, dopo altri sette anni. Questa volta a perdere la vita furono Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio, di 30 e 21 anni, mentre erano appartati in macchina in una stradina sterrata di Mosciano di Scandicci. Giovanni venne raggiunto da alcuni colpi di pistola e in seguito da tre colpi di arma bianca, mentre Carmela, dopo essere stata colpita con la Beretta calibro 22, venne trascinata fuori dalla macchina e trasportata nel campo vicino, dove l'assassino le asportò interamente la zona pubica.

Il 22 ottobre 1981 il Mostro tornò a colpire: i corpi di Stefano Baldi, 26 anni, e Susanna Cambi, 24 anni, vennero trovati a Travalle di Calenzano, vicino a Prato. Una delle sentenze relativa alla vicenda ricorda che entrambi i cadaveri vennero "rinvenuti fuori dell’auto, una VW Golf di proprietà del Baldi, parcheggiata su una stradina sterrata senza sfondo". Stefano e Susanna vennero raggiunti da diversi colpi di arma da fuoco e successivamente colpiti da colpi di arma bianca, "parte inferti in limine vitae, parte post mortem". Anche in questo caso alla donna venne praticata l'escissione del pube.

Il quinto duplice omicidio risale al 19 giugno 1982, quando a finire nel mirino del killer furono due fidanzati di 22 e 19 anni, Paolo Mainardi e Antonella Migliorini. I giovani si erano appartati in macchina in una piazzola sterrata di Baccaiano di Montespertoli, quando vennero raggiunti dai proiettili della Beretta calibro 22. Secondo una prima ricostruzione con cui non tutti concordano, durante l'esecuzione del delitto si sarebbe verificato un imprevisto: "Il ragazzo, forse già ferito, ma non mortalmente, dai colpi di arma da fuoco, era riuscito a rimettere in moto l’auto e ad inserire la retromarcia, abbandonando la piazzola sterrata, cercando di immettersi sulla strada provinciale - si legge in una delle sentenze - Non vi era purtroppo riuscito perché l’omicida lo aveva inseguito esplodendo contro lui e la ragazza una serie di colpi che avevano ucciso quest’ultima, trovata seduta nella parte posteriore dell’auto, e ferito mortalmente lui. A macchina ferma l’omicida aveva sparato due colpi contro i fari anteriori; aveva poi danneggiato con un oggetto metallico e a punta i fanalini di posizione anteriori, sfilando anche le chiavi dal cruscotto". I corpi dei due fidanzati entrambi vestiti vennero trovati quella stessa notte da alcuni ragazzi: Paolo, ancora vivo, venne trasportato in ospedale dove morì il mattino dopo senza aver mai ripreso conoscenza.

Il 9 settembre 1983 sulla via di Giogoli, a Galluzzo, vennero assassinati due ragazzi tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, due studenti di 24 anni. Al momento dell'aggressione i due ragazzi si trovavano all'interno di un furgone Volkswagen con l'autoradio accesa. Il killer li uccise con 7 proiettili provenienti dalla stessa arma usata per tutti i delitti precedenti, senza utilizzare l'arma bianca né deturpare il corpo.

La scia di sangue del Mostro di Firenze proseguì con il settimo delitto, che si consumò la sera del 29 luglio 1984 in località Boschetta a Vicchio di Mugello. A perdere la vita furono i fidanzati Pia Gilda Rontini e Claudio Stefanacci di 18 e 22 anni, che si erano appartati in auto su una strada sterrata. Entrambe le vittime vennero raggiunte da alcuni colpi di pistola e successivamente da "numerose coltellate, almeno dieci per il ragazzo e due per la ragazza, inferte in limine vitae o post mortem". La ragazza venne ritrovata fuori dall'auto completamente nuda: il killer le aveva completamente asportato il pube e la mammella sinistra.

L'ultimo duplice omicidio fatto risalite al Mostro avvenne nella notte tra il 7 e l'8 settembre 1985 in una piazzola nella frazione di Scopeti nel comune di San Casciano Val di Pesa. Lì due giovani francesi, il 25enne Jean-Michel Kraveichvili e la 36enne Nadine Mauriot, si erano accampati in una tenda. Quella notte il killer sorprese le sue vittime con diversi colpi di pistola, uccidendo la ragazza. Jean-Michel invece, ferito non mortalmente, sarebbe riuscito a uscire dalla tenda, cercando di scappare, ma l'assassino lo avrebbe raggiunto, uccidendolo con l'arma bianca. Poi l'omicida trascinò la ragazza parzialmente fuori dalla tenda per asportare il pube e la mammella sinistra, dopo di che riportò il corpo all'interno della tenda.

Identikit del Mostro eseguita dopo il delitto del 1981

Per gli omicidi il Mostro di Firenze prese di mira coppie che si erano appartate in autoveicoli o, solo nell'ultimo caso, in una tenda, uccidendole a colpi di pistola e arma bianca (fa eccezione il caso dei due ragazzi tedeschi). Dal terzo delitto, inoltre, il killer praticò anche le escissioni, prima solo del pube poi anche della mammella sinistra, accanendosi sulle vittime femminili, la maggior parte delle quali venne ritrovata nuda e fuori dalla macchina. In tutti gli omicidi quindi il killer adottò lo stesso modus operandi, che però andò evolvendosi nel corso del tempo: nei primi delitti l'assassino usava pistola e coltello per uccidere le donne, ma dal 1981 iniziò a praticare le asportazioni. Nell'ultimo crimine poi, un lembo di pelle appartenente a Nadine Mauriot venne spedito al sostituto procuratore Silvia Della Monica.

Dalla "pista sarda" ai "compagni di merenda"

"Il primo duplice omicidio del 1968 era legato a persone sarde e gli inquirenti ritennero di cercare l'assassino in quella cerchia", spiega Francesco Cappelletti. A finire nel mirino degli inquirenti fu infatti Stefano Mele, marito di Barbara Locci, che in un primo momento confessò di essere l'autore del crimine, accusando Salvatore Vinci, uno degli amanti della donna, di avergli fornito la pistola. Successivamente, dopo ulteriori ritrattazioni e ammissioni, il marito di Barbara Locci accusò anche Francesco Vinci e Carmelo Cutrono, entrambi amanti della donna. Nel 1970 Stefano Mele venne condannato dalla Corte d'Assise d'Appello di Perugia per il duplice omicidio e scontò la pena fino all'aprile del 1981. La "pista sarda" si ripresentò dopo il duplice omicidio di Montespertoli avvenuto nel giugno 1982, il quinto della serie dei delitti del Mostro di Firenze. Grazie ai ricordi di un maresciallo dei carabinieri, gli investigatori ripresero in mano i fascicoli dell'omicidio Locci-Lo Bianco, accertando l'identità della pistola usata nel 1968 e nel 1982. Così gli inquirenti misero nuovamente sotto la lente di ingrandimento Stefano Mele, che tornò ad accusare Francesco Vinci, proclamandosi innocente. Nel 1984 inoltre Stefano Mele chiamò in causa anche il fratello Giovanni Mele e il cognato Piero Mucciarini, che vennero arrestati e processati anche per i duplici omicidi successivi al 1968: "Venendo inquisiti per il primo dei duplici omicidi consumato con quell'arma - si legge nella sentenza istruttoria - era un dovere di garanzia processuale dar loro avviso che si procedeva anche per quelli successivi". Ma a sostegno della "pista sarda" non vennero trovate prove sufficienti e convincenti e il 13 dicembre 1986 il giudice chiuse le indagini, con un'ordinanza in cui dichiarò che non si doveva procedere contro gli imputati "per non aver commesso il fatto".

Nel 1989, le indagini sembrarono arrivare a una svolta, tramite un'operazione messa a punto dalla Squadra Anti Mostro (Sam), già creata nel 1984, per indagare sui duplici omicidi commessi dal serial killer. Gli inquirenti infatti notarono che la scia di sangue si era improvvisamente arrestata nel settembre 1985, dopo il delitto dei due turisti francesi: per questo si ipotizzò che il killer "fosse morto o impossibilitato a commettere nuovi crimini perché malato, detenuto in carcere o ristretto in manicomio, ovvero perché la polizia gli era giunta vicino", stando a quanto viene ricostruito in una delle sentenze. Quindi gli inquirenti selezionarono 82 persone che dopo l'omicidio di Scopeti erano state sfiorate dalle indagini, circostanza che avrebbe spinto l'assassino a sospettare di essere controllato, "interrompendo dunque l’attività omicidiaria". Tra gli 82 nominativi, emerse quello di Pietro Pacciani, in passato già autore di un omicidio e condannato per maltrattamenti domestici e violenza sessuale alle figlie. L'uomo nel settembre del 1985 aveva subito una perquisizione, dopo che una lettera anonima lo aveva indicato come possibile sospettato, spingendo gli inquirenti a indagare su di lui. La procura eseguì un ulteriore accertamento su persone, di età compresa tra i 30 e i 60 anni, che fossero state arrestate dopo il duplice omicidio dei ragazzi francesi e fossero ancora detenute e che avessero avuto, una settimana prima e una dopo gli omicidi, la possibilità di muoversi: tra questi figurava ancora una volta Pacciani, l'unico già presente tra le persone selezionate anche in precedenza.

Pietro Pacciani

A seguito di queste indagini, tra il 25 aprile e l'8 maggio 1992 venne effettuata una maxi perquisizione a casa di Pietro Pacciani: qui vennero trovati una cartuccia calibro 22, di tipo Long Rifle, con una H incisa sul fondo, e alcuni oggetti presumibilmente appartenuti alle due vittime tedesche. I testimoni inoltre lo identificarono come "guardone", spesso intento a spiare le coppiette, e nel portafoglio venne ritrovata un'annotazione con il numero della targa di una macchina appartenuta a un ragazzo che più volte vi si era appartato con la fidanzata.

Il 1 settembre 1994, la Corte d'Assise di Firenze condannò all'ergastolo Pacciani, considerandolo colpevole di 7 degli 8 duplici omicidi (tutti tranne il primo), ma il 13 febbraio del 1996 l'uomo venne assolto dalla Corte d'Appello. Nel processo di secondo grado non era stata concessa al procuratore generale l'acquisizione del provvedimento cautelare a carico di un nuovo imputato, arrestato il 12 febbraio 1996, in cui emergeva la presenza di un testimone oculare. Per questo venne presentato ricorso alla Corte di Cassazione che il 12 dicembre dello stesso anno annullò la sentenza dell'Appello, chiedendo un processo bis. Ma alla vigilia dell'apertura del processo, il 22 febbraio 1998, Pietro Pacciani venne ritrovato morto.

Due anni prima, Giancarlo Lotti e Fernando Pucci testimoniano contro Mario Vanni, accusandolo di aver partecipato ai delitti insieme a Pietro Pacciani. Si aprì così l'inchiesta che coinvolse i "compagni di merende" di Pacciani. Pucci dichiarò di aver visto due uomini vicino alla tenda dei due francesi nel 1985. Più tardi il testimone sostenne di aver riconosciuto uno dei due assassini, accusando Vanni, mentre Lotti sostenne di aver riconosciuto Pacciani. Nel febbraio del 1996, Vanni venne arrestato per concorso in duplice omicidio e vilipendio di cadavere, reati compiuti insieme a Pietro Pacciani, che negli stessi giorni venne assolto senza che il giudice ammettesse in processo i testimoni che resero le dichiarazioni decisive contro Vanni. Successivamente Lotti ammise di aver partecipato a quattro omicidi e finì a processo, nell'ambito dell'inchiesta sui "compagni di merende". Il 24 marzo 1998 la Corte d'Assise di Firenze condannò i due uomini per 4 duplici omicidi: a Vanni venne dato l'ergastolo, mentre a Lotti 30 anni. I successivi gradi di giudizio confermarono la sentenza, riducendo la pena di Lotti a 26 anni. Così nel 2000 i due uomini vennero condannati in via definitiva per 4 degli 8 duplici omicidi. Nel 2009, Vanni morì.

Mario Vanni

Quello del 1985 fu l'ultimo duplice omicidio attribuito al Mostro di Firenze. Poi il killer delle coppiette si fermò. I suoi delitti si susseguirono in un arco di 17 anni, a partire dal 1968, ma negli anni ci furono due momenti di "pausa", tra il 1968 e il 1974 e tra il 1974 e il 1981. "Le pause sono abbastanza frequenti - ha spiegato al Giornale.it l'esperto Francesco Cappelletti - Questo caso è particolare perché gli omicidi durarono tanti anni, solitamente si parla di mesi. Forse l'assassino aveva raggiunto una sorta di calma interiore: una compagna o una professione appagante, che lo hanno distolto dai propositi omicidiari".

I dubbi sull'identità del Mostro

Le sentenze sui duplici omicidi attribuiti al Mostro di Firenze non convincono fino in fondo. Francesco Cappelletti parla di "una sentenza monca": "Gli omicidi sono legati dalla pistola - spiega - anche le ultime perizie hanno confermato che i bossoli appartengono alla stessa calibro 22. Non si possono trovare responsabili solo di alcuni omicidi, solo che Lotti aveva lasciato dichiarazioni solo per gli ultimi quattro". Cappelletti ammette di avere delle "perplessità" sul coinvolgimento di Pietro Pacciani: "Era una personalità particolare, un mentitore seriale. Su di lui ho un giudizio sospeso". Per quanto riguarda i "compagni di merende" invece, Cappelletti ha dichiarato di essere "assolutamente convinto dell'estraneità di Lotti e Vanni agli omicidi: a San Casciano tutti raccontano di due persone molto limitate, borderline. Vanni aveva seri problemi di alcolismo, Lotti in una vita non è riuscito a costruire niente che valesse la pena di essere chiamato per nome. Sosteneva di aver partecipato a 4 duplici omicidi, ma i suoi racconti sono contraddittori, inverosimili, talvolta conditi di illogicità non spiegabili. Mi riesce davvero difficile vederli coinvolti in questi omicidi". Sull'identità del Mostro di Firenze, Cappelletti aggiunge: "Penso che l'assassino fosse uno e uno solo, perché penso sia davvero complicato trovare qualcuno che condivida abomini del genere con altri per così tanti anni. Probabilmente l'assassino fu sfiorato dalle indagini, ma la sua posizione non è mai stata approfondita a dovere".

La vicenda del Mostro di Firenze è costellata da dubbi, incertezze e incongruenze, che hanno reso il caso uno dei più discussi e controversi della storia italiana. E oggi, a distanza di oltre 50 anni dal primo duplice omicidio, il responsabile di 16 morti resta ancora incerto. "Tuttora si continua a cercare, perché non c'è un colpevole convincente - conclude Cappelletti - Credo che di questa storia si parlerà per sempre".

Commenti