Migranti, i giudici adesso frenano sulle espulsioni

Il Tribunale di Milano si rivolge alla Corte Ue sui ricorsi dei migranti

Migranti, i giudici adesso frenano sulle espulsioni

Minniti aveva introdotto una legge per togliere ai migranti la cui domanda di asilo è stata rigettata la possibilità di ricorrere in Appello. Aveva cioè eliminato un grado di giudizio per quegli immigrati che, bocciati dalla Commissione territoriale, facevano (e fanno) immediato ricorso in Tribunale. I motivi erano due: ridurre i tempi di permanenza in Italia di persone con nessun diritto ad essere riconosciuti come rifugiati (espellendoli dopo il primo grado); e impedire che i Tribunali collassino sotto i ricorsi spesso campati in aria degli immigrati.

Il Tribunale di Milano, però, si è messo di traverso. E ha fatto ricorso alla Corte di Giustizia europea per sapere se la norma Orlando-Minniti contrasta oppure no con il diritto Ue. E nel frattempo, ovviamente, i giudici permettono ai clandestini in attesa della Cassazione di rimanere in Italia.

La trafila per le richieste di asilo è cosa nota. Quando il migrante sbarca presenta domanda di protezione. Poi una Commissione valuta la storia del soggetto e decide se assegnargli lo status di rifugiato, la protezione internazionale o un permesso di soggiorno umanitario. Se però l'immigrato non dimostra di essere in pericolo o in fuga da una guerra, i commissari rigettano la domanda di asilo. Finisce qui? Macché. I migranti bocciati (parliamo del 60% dei richiedenti), spesso con l'avvocato pagato dallo Stato, fanno ricorso in Tribunale. La decisione della Commissione non è immediatamente esecutiva, quindi possono rimanere in Italia in attesa del verdetto dei giudici. Se anche in primo grado il loro ricorso viene rigettato, dopo la Minniti-Orlando, al migrante non resta che ricorrere in Cassazione. Nel frattempo, però, il clandestino non ha diritto a rimanere nel Belpaese (a meno di "fondati motivi" eccezionali). E così dovrebbe lasciarlo e il Viminale può espellerlo in qualunque momento.

I giudici milanesi, però, non ci stanno. E infatti, secondo quanto riporta il Corriere, i giudici della sezione immigrazione si sono convinti che la norma italiana "non rispetta alcuni principi che rappresentano le 'pietre angolari' del diritto dell' Unione Europea".

I motivi sono tre. Secondo le toghe la legge "viola il diritto ad un rimedio effettivo": non potendo rimanere nel Belpaese il migrante non può impostare col proprio avvocato una difesa in Tribunale. Inoltre - scrivono i giudici, come riporta il quotidiano di via Solferinino - "non è più garantita l' utilità della futura sentenza, con conseguente lesione dell' effettività della tutela". In secondo luogo per le toghe ci sarebbe un "difetto di imparzialità" del giudice: non può essere lo stesso magistrato che decide di rigettare il ricorso a stabilire se esistono o meno i "fondati motivi" per far rimanere in Italia il clandestino. Infine, la Minniti-Orlando provoca una differenza di trattamento tra chi, dopo il primo grado, in caso di "pericolo di danni gravi e irreparabili" è possibile sospendere l'esecutività e chi (i migranti) ha invece bisogno di "fondati motivi" di accoglimento.

Risultato: l'Italia dovrà attendere 7-8 mesi la Corte Ue che si pronunci sulla questione. Nel frattempo? Semplice: il Tribunale di Milano sospenderà l'esecutività dei rigetti. E così gli immigrati potranno rimanere in Italia in attesa della Cassazione.

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