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Il ministro del Lavoro (nero)

Il ministro del Lavoro (nero)

C'è il rischio che Luigi Di Maio venga ricordato non come il ministro del Lavoro, ma come il ministro del Lavoro nero. Non che faccia apposta, intendiamoci: le sue saranno certamente buone intenzioni. Ma l'ideologia è cattiva consigliera, e fateci caso: quel che Di Maio ha fatto finora - e ahimè ancor più quello che ha in animo di fare prossimamente - è un grandissimo assist a chi offre lavoro nero e ancor di più a chi lo accetta.

Prendiamo il suo principale cavallo di battaglia, il taglio alle cosiddette pensioni d'oro. Molti obiettano che sarebbe un provvedimento ingiusto, perfino incostituzionale perché retroattivo, insomma perché cambierebbe le regole del gioco violando un patto sottoscritto a suo tempo fra lo Stato e i cittadini. Ma che cosa replica il ministro del Lavoro? Come giustifica le sue intenzioni? Dicendo così: «Io taglio, dai quattromila euro netti in su, solo la parte della pensione calcolata con il sistema retributivo, in modo che l'assegno della previdenza venga calcolato in base ai soli contributi effettivamente versati». Detta così, è una motivazione seducente. Parrebbe perfin giusta: il sistema retributivo non era equilibrato, è ragionevole che ogni cittadino prenda solo in base ai contributi che ha versato.

Il punto è però che Di Maio aggiunge che i soldi tagliati alle pensioni più alte andranno ad aumentare quelle più basse. E quali sono le pensioni più basse? Elementare: sono quelle di chi non ha versato abbastanza contributi per averle più alte. Quindi, Di Maio replicherebbe così l'ingiustizia di dare ad alcuni cittadini - solo ad alcuni - pensioni superiori ai contributi effettivamente versati. E chi sono questi «alcuni cittadini» che hanno pensioni basse? Molte saranno certamente persone sfortunate, che nella vita non hanno avuto il reddito che avrebbero meritato. Ma molte, moltissime altre sono persone che hanno pensioni basse perché hanno lavorato (almeno per buona parte della vita) senza versare i contributi, né pagare le tasse. È qui che Di Maio, forse inconsapevolmente, diventa il ministro del Lavoro nero.

Come lo diventa con il suo decreto Dignità. Ieri sul Corriere della Sera Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, ha detto che non assumerà più nessuno: «Se ai contratti a tempo determinato riduciamo la durata, imponiamo le causali e li facciamo costare di più, mi dica lei perché un imprenditore dovrebbe farvi ricorso». Molto più semplice, per migliaia di piccoli imprenditori, dar da lavorare in nero.

E ancora, il reddito di cittadinanza. Non c'è persona intellettualmente onesta che non sappia che, soprattutto al Sud, ci sono legioni di italiani solo formalmente senza reddito, ma nei fatti retribuiti in nero. Pensare di risolvere tutto con i controlli dei Centri per l'impiego, nel Paese dei Furbi, è più che un'illusione: è una bugia da campagna elettorale.

Ecco, sono solo tre motivi per cui Di Maio rischia di diventare il ministro del Lavoro nero. Dio non voglia (e la Lega non permetta) che lo diventi anche il governo.

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