Mura, talento in fuga e maestro di sport

Lo scrittore e giornalista vero erede di Brera, staccava tutti in bravura. Rigore e rispetto imparati dal padre carabiniere

"Grazie Dottore". Poi, voci femminili, di infermiere. Ospedale di Senigallia. L’ultima volta era venerdì, prima del tramonto: «Mi hanno fatto la Tac, hanno escluso il tumore. Bene, una buona notizia. Però ce ne è una non buona, mi hanno tirato via un litro e mezzo di acqua dai polmoni. E altro ancora dovranno portarsi. Porca maledetta. Ti richiamo io». A seguire, un paio di altre saracche di sfogo e una citazione di La Fontaine. Inutile aspettare. La speranza e la sofferenza hanno abbandonato il gruppo, al primo mattino di primavera. Il gruppo di chi ti ha inseguito, tu in fuga solitaria per vincere questa corsa maligna, da cinque mesi combattendo con la febbre e la tosse, il cuore imprevedibile, l’ombra del virus, i dolori vari di un’età che si porta appresso le bizzarrie del nostro mestiere, senza giorno e senza notte, sigarette mille, i polpastrelli usurati dal battere continuo sull’Olivetti, il computer mai, per favore, non suona, non geme, non dice, riferisce al massimo. Senigallia è stata l’ultima tappa, in casa di Manu Audisio, grandissima collega e amica generosa e poi Paola, moglie e compagna silenziosa, di sempre; telefonate di amici e conoscenti, dai che ci aspetta una bottiglia giusta. Fette di vita che scorrono improvvisamente davanti agli occhi, come un treno che sfila velocissimo, viaggi comodi e trasferte ardue in ogni parte del mondo, Mosca e Pinerolo erano la stessa cosa, lo stesso impegno, la stessa voglia di trasferire quelle immagini, quelle figure. Pallone e bicicletta, calcio e ciclismo, Pantani e Platini, Zoff e Moser, i territori degli scritti e delle parole, un rapporto schietto, da amante sincero, non maniacale, il rispetto del lavoro, lo sport intendo, altrui. E poi Brassens e De André, Tenco e il club di Luigi, più parole che canzoni, sfide infantili con la memoria, per tornare ragazzi, nomi di calciatori e artisti e scrittori con la lettera A e poi con la B, pronti via, tanto vincevi sempre tu, partivi con due giri di vantaggio. Eri rigoroso Gianni, come tuo padre carabiniere. Rigoroso e, assieme, vivace nel pensiero, di finissimo intelletto. Erede di Brera, una didascalia superflua per chi aveva convissuto con il maestro, nelle tribune e a tavola, nelle partite a scopa, non so quale sia stata l’impresa più aspra. Non hai avuto nemici se non tra gli ignoranti, con quelli inutile andare in guerra e nemmeno stringere la pace. Ti sei divertito anche con i romanzi e la raccolta dei migliori articoli, direi uno a caso valeva tutti gli altri. A differenza di Brera, non hai mai messo la faccia nelle locande televisive infestate da una ciurma di coribanti, non per questo la firma ha perso il suo peso, anzi. Hai finito il tuo pezzo di esistenza in un momento in cui non sappiamo bene che cosa sia l’esistenza, tra ambulanze e intubati, medici morenti e bare sui camion dell’esercito. Non era più questa la vita tua e non è più la vita di nessuno. Ma l’avresti infine raccontata, magari dopo aver dormito sotto un ulivo, oggi pure quello violentato dal male. Hai chiuso di sabato il tuo personalissimo foglio di vita, è il giorno in cui rifinivi la tua rubrica. Ci lasci i cattivi pensieri, non quelli della domenicale Repubblica, ci lasci i pensieri di una fetta di vita che non possiamo più godere, con una barzelletta, una canzone, una bottiglia di vino. Ti lascio, io, una poesia, come Tu eri abituato a fare: La morte è la curva della strada, morire è solo non essere visto. Se ascolto, sento i tuoi passi esistere come io esisto. La terra è fatta di cielo. Non ha nido la menzogna. Mai nessuno s’è smarrito. Tutto è verità e passaggio.

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