Quegli imprenditori legati alla sinistra e il dialogo impossibile coi gialloverdi

Quegli imprenditori legati alla sinistra e il dialogo impossibile coi gialloverdi

Quando Matteo Salvini si chiede retoricamente dov'era Confindustria negli anni della crisi, «quando gli italiani, imprenditori e artigiani, venivano massacrati», non ha tutti i torti. Anche se erano decenni che il partito dello sviluppo, orfano del quasi disciolto Partito democratico, non si riconosceva così tanto nel centrodestra. Sbaglia un po' il tiro, Salvini, perché gli industriali sono solo una delle 12 associazioni che lunedì sono scese in campo pro Tav e contro la manovra del governo. Dopodiché il vicepremier, riferendosi a Confindustria, tocca un nervo scoperto.

L'associazione degli industriali guidata da Vincenzo Boccia, che tra le 12 riunite a Torino è senz'altro leader, rispetto al governo e all'elettorato gialloverde sconta il peccato di vari anni di scelte e posizioni apparse discutibili agli occhi di una larga fetta dei suoi stessi associati. È questo il motivo per cui, fin dal primo giorno di Salvini-Di Maio a Palazzo Chigi, gli industriali, attraverso la loro rappresentanza, sono stati guardati con sospetto, se non con aperta avversione. E subito tagliati fuori da ogni ipotesi di concertazione. Al punto che esiste, nel cassetto dei Cinque Stelle, un progetto per vietare alle imprese di Stato (Enel, Eni, Fs per dirne alcune) di aderire e dunque versare le quote associative alla Confederazione.

L'attuale presidenza Boccia paga in particolare la decisa adesione alla stagione del renzismo. Dall'intesa tra Matteo Renzi e Confindustria aveva visto la luce quel Jobs Act la cui abolizione diventerà una delle priorità del contratto di questo governo. Ma soprattutto, quando poi arriva il referendum costituzionale voluto da Renzi esattamente due anni fa, Boccia, appena eletto, schierò apertamente l'associazione per il Sì. E non solo come posizione di principio, ma anche a livello organizzativo. Una scelta senza precedenti per l'associazione, che ha provocato non pochi mal di pancia tra gli associati, specie quelli del Nord, il cui cuore imprenditoriale batterebbe naturalmente verso destra. Sappiamo tutti com'è andata a finire e quali divisioni quel referendum ha creato nel Paese, trasformandosi nel trampolino di lancio per la vittoria del M5s alle politiche del marzo scorso.

Andando indietro nel tempo, il filo che lega Confindustria e la sinistra si colora di nuovo di rosso cupo nell'autunno del 2011 quando, presidente Emma Marcegaglia, gli industriali sono tra quelli che spingono e poi provocano la caduta dell'ultimo governo di centrodestra, guidato da Silvio Berlusconi. Il «FATE PRESTO» cubitale della prima pagina del quotidiano confindustriale, il Sole-24 Ore, è rimasto il simbolo di quella stagione, l'ariete che ha aperto la strada al governo tecnico di Mario Monti, alla odiata legge Fornero, all'Imu, alle politiche di austerità. Cioè a tutto quel complesso di norme, ma anche di emozioni e umori, contro il quale sia Lega, sia M5s hanno costruito la loro affermazione.

E se ci spingiamo fino al 2006, troviamo l'episodio leggendario del convegno confindustriale di Vicenza, a pochi mesi dalle elezioni politiche. Silvio Berlusconi, premier uscente, se la vedeva testa a testa con Romano Prodi, avanti nei sondaggi. Anche quella volta il centrosinistra aveva dalla sua Confindustria, presidente Montezemolo. E in quel convegno, arrivando a sorpresa all'ultimo minuto, Berlusconi non le mandò a dire, invitando gli imprenditori preoccupati per la crisi economica (che allora era ben di là da venire) a essere più ottimisti, a frequentare di meno Confindustria; e attaccando platealmente gli imprenditori radical, prendendo di mira Diego Della Valle seduto nelle prime file. L'evento segnò una spaccatura storica tra Berlusconi e l'associazione industriali.

Ecco perché oggi c'è una certa distanza con Confindustria. Sia da parte della Lega, sia dai Cinque Stelle. Pur consolidata attraverso percorsi differenti. Ma è anche vero che il centrodestra che aspira a governare, mai come ora può trovare in Confindustria l'alleato che non ha avuto nel 2006 e nel 2011. Lo spazio occupato per vent'anni da un Pd riformista è ora a disposizione del partito dello sviluppo, della crescita, delle infrastrutture. Di quella borghesia laboriosa, piccola, media e grande, il cui peso sta aumentando nel Paese (non solo al nord, come si è visto lunedì a Torino) di giorno in giorno. E che il centrodestra ha ora la possibilità di rappresentare.

Marcello Zacchè

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