Non è il momento di spaccare il Paese

L'espressione "omotransfobia" già nella sua complessità lessicale dimostra che l'argomento è delicato e scottante

Non è il momento di spaccare il Paese

L'espressione «omotransfobia» già nella sua complessità lessicale dimostra che l'argomento è delicato e scottante. Tira in ballo mille questioni che riguardano la coscienza, i diritti degli individui, le culture e - come ci hanno ricordato ieri i vescovi, magari in maniera un po' brusca -, anche la sfera religiosa. Si tratta di un tema per sua natura divisivo e trasversale. Per cui c'è da chiedersi, al di là delle differenti opinioni tutte legittime e rispettabilissime, se in un momento in cui il Paese deve essere unito (non per nulla abbiamo un governo di unità nazionale) per essere all'altezza di un compito che fa tremare i polsi, cioè deve rialzarsi dopo una pandemia che ha provocato gli stessi danni di una guerra, sia il caso di esasperare i punti di contrasto e non tentare la via del dialogo. I padri della Repubblica non si sarebbero mai sognati di mettere all'ordine del giorno il divorzio negli anni della ricostruzione.

Mai come nell'emergenza, infatti, bisogna valutare le priorità e mantenere la stessa agenda pre-Covid (il disegno di legge Zan era all'ordine del giorno quando il virus non aveva ancora fatto capolino da noi) è già di per sé un paradosso. Tanto più se si constata che proprio coloro che insistono per l'approvazione tout court del provvedimento sono gli stessi che ci ricordano quotidianamente che siamo ancora in emergenza. Un simile atteggiamento poi, di fatto, riduce la capacità del provvedimento di incidere sulla coscienza del Paese: un conto è includere la lotta ad ogni discriminazione sessuale nel patrimonio comune e condiviso di una nazione, un altro è imporre un punto di vista a colpi di maggioranze risicate. Si rischia di ottenere l'effetto opposto, perchè le prove di forza su certi temi esasperano gli animi e provocano reazioni. Semprechè, poi, l'esito del voto sul disegno di legge Zan sia quello auspicato dai suoi promotori, il che non è detto: sia Letta, sia Salvini scommettono di avere la vittoria in tasca, quindi, uno dei due si sbaglia. E l'assurdo è che, a ben vedere, in Parlamento un'ampia maggioranza che approvi la legge sull'omotransfobia ci sarebbe pure: basterebbe che il provvedimento non avesse conseguenze di ben altro segno come quella di ridurre la libertà di espressione di chi ha convinzioni diverse sulla sessualità, o, ancora, non affrontasse, senza un'adeguata riflessione, un tema pieno di implicazioni come l'identità di genere, cioè la libertà di autodeterminare il proprio sesso. Chi troppo vuole nulla stringe, recita il proverbio.