Una palla di fuoco: la fine del Challenger che voleva "toccare il volto di Dio"

La storia dello Space Shuttle Challenger, il primo volo spaziale con un civile a bordo, che esplose a 73 secondi dal lancio

Una palla di fuoco: la fine del Challenger che voleva "toccare il volto di Dio"

Michael J. Smith, Francis R. “Dick” Scobee, Ronald E. McNair, Ellison S. Onizuka, Gregory B. Jarvis, Judith A. Resnik. E Christa McAuliffe. Un equipaggio così vario la Nasa non l’aveva ancora portato nello spazio. C’erano il primo asiatico-americano di origine giapponese, il secondo afroamericano, la quarta donna a volare nello spazio. E la prima civile, un’insegnante di liceo. Ma la loro vita si fermò quel 28 gennaio 1986, quando lo Space Shuttle Challenger, uno dei veicoli di cui la Nasa andava orgogliosa, si disintegrò poco dopo la partenza. Nessuno sopravvisse. Era il decimo volo del Challenger.

Le premesse

Nella prima metà degli anni ’80, la Nasa era galvanizzata dai successi. Nonostante fossero comunque accaduti in passato intoppi, contrattempi e incidenti, l’organizzazione spaziale aveva sempre riportato a casa i propri astronauti. In più, nella seconda metà degli anni ’70, le missioni shuttle sembravano aprire una nuova era nei viaggi spaziali, grazie a questi veicoli più simili agli aerei. L'idea che lo spazio apparenesse a tutti, non solo agli astronauti, iniziava a farsi strada.

Tuttavia l’opinione pubblica iniziava a perdere interesse nelle missioni spaziali: l’uomo era stato diverse volte sulla Luna, e orbitare intorno alla Terra era quasi una routine ormai. Così si pensò, contrariamente al parere dei veri astronauti, che lo ritenevano troppo pericoloso, di mandare il primo civile nello spazio. Ad annunciarlo fu l’allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan: sarebbe stata effettuata una selezione tra gli insegnanti d’America, per ribadire la loro importanza nella società. Ne furono segnalati due per ogni stato e affrontarono una dura selezione, da cui fu nominata “vincitrice” Christa McAuliffe, che durante il viaggio avrebbe tenuto delle lezioni dal Challenger ai suoi studenti.

Le attese

Come riporta la Nasa, oltre alle lezioni di McAuliffe, il Challenger aveva degli scopi precisi: “lanciare un grande satellite per comunicazioni, distribuire e recuperare un carico utile per studiare la cometa di Halley”.

Nonostante qualche intoppo pre-partenza, come la data del lancio spostata a causa del maltempo, c’era grande entusiasmo legato al volo del Challenger. In tanti si assieparono per vedere dal vivo il lancio da Cape Canaveral, compresa una delegazione di studenti liceali. Molti osservarono in diretta tv il lancio. Però qualche preoccupazione restava.

Il breve volo del Challenger

Settantatré secondi. Tanto durò il volo del Challenger. Salutato dalle solite comunicazioni di rito a terra e in volo, addetti ai lavori e gente comune attendevano con il fiato sospeso e pensavano che tutto sarebbe filato liscio. Ma non fu così.

Il lancio fu autorizzato nonostante le fredde temperature avessero formato del ghiaccio sulla torre di lancio. In più ci si chiedeva se le guarnizioni O-ring su quel volo avrebbero retto alle basse temperature. Ma alle 11.38, ora di Houston, il Challenger partì comunque. La Nasa lottava con anni di esperienza e una certa “arroganza” come viene definita nella serie Netflix “Challenger: l’ultimo volo”. Un’“arroganza” che era dettata da continui successi.

L’ultima comunicazione del Challenger è quella del comandante Smith, che conferma il comando ricevuto alla torre di controllo: “Roger, acceleriamo”. Ma al 73esimo secondo non solo si perse la comunicazione, ma tutti poterono vedere il veicolo trasformarsi in un’enorme palla di fuoco.

I controllori di volo qui stanno esaminando molto attentamente la situazione. Ovviamente c'è stato un grave malfunzionamento”, disse in diretta il commentatore della Nasa. Solitamente i veicoli spaziali sono provvisti di una via di fuga, ma gli shuttle erano considerati così sicuri che non ne furono istallate.

Nella fila in basso: Michael J. Smith, Francis R. “Dick” Scobee e Ronald E. McNair. Nella fila in alto Ellison S. Onizuka, Christa McAuliffe, Gregory B. Jarvis e Judith A. Resnik

La cabina dell’equipaggio, ormai depressurizzata, cadde nelle acque dell’Atlantico. Per diverse settimane, come spiega Space, le squadre di salvataggio furono al lavoro per recuperare i resti degli astronauti e dell’insegnante a bordo. Ciò che fu riconosciuto fu riconsegnato alle famiglie, mentre i resti privi di identificazione furono sepolti in un monumento dedicato al Challenger inaugurato il 20 maggio 1986 nel cimitero nazionale di Arlington.

Non li dimenticheremo mai - disse Reagan nel suo discorso successivo, riferendosi ai membri dell’equipaggio - né l'ultima volta che li abbiamo visti, questa mattina, mentre si preparavano per il loro viaggio e salutavano, e scioglievano i legami burberi della Terra per toccare il volto di Dio”.

Le responsabilità

Lo stesso Reagan istituì una commissione presidenziale per venire a capo delle cause dell’incidente, commissione che fu presieduta dall’ex segretario di Stato William P. Rogers. Quello che emerse è che le preoccupazioni precedenti al volo erano reali.

Venne infatti stabilito che l’incidente fu causato dal guasto di due guarnizioni O-ring ridondanti, guarnizioni che si erano rotte dopo essere messe a dura prova dalle basse temperatura. Questo ha impedito che i giunti del razzo fossero sigillati e il gas pressurizzato prese fuoco, portando a incendi e cedimenti che condussero all’esplosione.

Ci vollero 32 mesi dalla tragedia, prima che la Nasa riprendesse a far volare la missione shuttle. Nel marzo 1988, venne stabilito che il governo federale degli Stati Uniti e la Morton Thiokol Inc, che aveva realizzato il motore a propellente solido del Challenger, avrebbero pagato 7,7 milioni di dollari a quattro delle famiglie dei sette membri dell’equipaggio coinvolti.

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