Il pifferaio magico

L'espressione l'aveva coniata non più di una settimana fa proprio Enrico Letta, rivolta ai leader sovranisti che hanno secondo lui l'abitudine di menare il can per l'aia

Il pifferaio magico

L'espressione l'aveva coniata non più di una settimana fa proprio Enrico Letta, rivolta ai leader sovranisti che hanno secondo lui l'abitudine di menare il can per l'aia, ma dopo l'affossamentro del ddl Zan, non me ne voglia, quel nome si attaglia perfettamente proprio al segretario del Pd: pifferaio magico. Eh sì, perché Letta - dopo aver fatto la voce grossa per mesi, rispondendo picche ad ogni trattativa sul testo di un provvedimento che ha diviso il Paese; e ancora, dopo aver riaperto la porta ad una mediazione e dopo averla richiusa tentando una prova di forza -, si è ritrovato in mano un pugno di mosche e una grande responsabilità: ha impedito al Paese di fare un passo avanti sulla strada dei diritti civili nel tentativo velleitario di farne due e, alla fine della storia, è stato costretto a tornare due passi indietro. Una sconfitta politica di non poco conto, che dimostra come Letta sia affetto della stessa sindrome di cui in questa legislatura hanno sofferto in momenti diversi altri due «pifferai magici»: il Matteo Salvini del Papeete e il Giuseppe Conte dell'ultima crisi di governo. Una malattia che ha un sintomo inconfondibile, l'arroganza di immaginare di potere tutto.

Se Salvini si è contagiato per un'ubriacatura da sondaggio mentre Conte ha risentito dell'ebrezza degli indici di popolarità, il segretario del Pd ha perso la testa per il risultato dell'ultima tornata di elezioni amministrative. La malaparata sul ddl Zan gli ha ricordato che la situazione è molto più complessa e che questo Parlamento è una brutta bestia per tutti. Non c'è nessun uomo forte, ma tante debolezze.

Il voto di ieri è stato non solo un pizzino di Matteo Renzi al leader dei democratrici, ma anche la fotografia delle tante anime che compongono il Pd e delle mille fazioni in cui si dividono i 5 stelle. Un segnale che non si esaurisce sul ddl Zan ma, soprattutto, è un monito per una battaglia ben più strategica, quella che riguarda l'elezione del nuovo inquilino del Colle. Inoltre la vicenda di ieri evidenzia un baco nella strategia di Letta: se l'asse con il Pd rimedia simili figuracce in un Parlamento in cui i grillini hanno il doppio dei seggi che gli assegnano ora i sondaggi, è evidente che l'idea guida della politica di Letta, cioè l'asse preferenziale con Conte, non va da nessuna parte. Soprattutto, il nuovo Ulivo che è nella mente del segretario del Pd si infrange sull'incompatibilità tra l'area centrista e quella grillina.

Ora Letta può anche infischiarsene, può continuare a suonare con il piffero la stessa musica, ma rischia di portare il nuovo Ulivo alla disfatta sia nella battaglia per il Quirinale, sia nelle elezioni politiche del 2023. Provocando la morte prematura della sua creatura.

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