A Pompei custodi in sciopero: "Così aiutiamo gli ambulanti"

Antonio Pepe, il "duro" del sindacato: "Le nostre assemblee selvagge permettono alle bancarelle di vendere più bottigliette di minerale"

A Pompei custodi in sciopero: "Così aiutiamo gli ambulanti"

Tra i custodi degli scavi di Pompei il 63enne Antonio Pepe (ribattezzato, alla francese, Antoine Pepè ) è popolare, più o meno, quanto Totò le Mokò . Totò è il principe della risata, Antoine è il principe del sindacato. Le due vocazioni potrebbero intrecciarsi, considerato che non sono pochi i sindacalisti che fanno ridere. Ma non è certo il caso di Pepè che invece tende a far piangere, soprattutto le controparti che si trovano a trattare con lui. Pepè è infatti un osso durissimo, talmente tosto che perfino i vertici della sua stessa confederazione (Cisl) lo temono, minacciando periodicamente di emarginarlo. Peccato - per la Cisl - che a farsi «emarginare» Pepè non ci pensi minimamente: dalla sua ha infatti la forza che gli viene dalla gran parte dei custodi di Pompei che puntualmente lo vota in maniera plebiscitaria. Accade dall''82, anno in cui l'astro di Pepè ha cominciato a brillare nel firmamento pompeiano senza mai più spegnersi. Da circa un quarto di secolo non c'è sciopero selvaggio o assemblea ancor più selvaggia che non porti la zampata di quel leone di Pepè. Che nelle interviste va spesso a ruota libera, alternando sapientemente provocazioni e paradossi. È accaduto di recente, quando ha dichiarato al Corriere del Mezzogiorno che «l'apertura ritardata degli scavi alimenta gli affari degli esercizi commerciali all'esterno dell'area archeologica». Come dire che per l'immarcescibile Pepè contano di più gli incassi di bibitari (spesso abusivi) e venditori di souvenir (spesso altrettanto abusivi) che i sacrosanti diritti dei turisti condannati a bivaccare sotto il sole in attesa che i custodi «autoconvocati in assemblea» finiscano di fare i propri comodi, decidendosi ad aprire i cancelli dell'area archeologica più prestigiosa d'Europa. Un prestigio minato però dalla vergogna di vertenze che poco o nulla hanno a che fare con legittime rivendicazioni. Ma l'esperienza insegna che coltello dalla parte del manico ce l'hanno sempre e comunque loro, i custodi. Una categoria che a Pompei continua a fare il bello e il cattivo tempo, tanto da essere diventata lo specchio del più becero sindacalismo che affligge il nostro Paese. E di questa forma patologica di corporativismo che se ne frega altamente dei cittadini, Pepè è un rappresentante di prima grandezza. Tanto da essere, in concreto, perfino più potente del ministro per i Ben culturali i cui proclami - privi del placet di Pepè - sono destinati a trasformarsi in clamorose figuracce. Risultato: l'esercito di Franceschini viene sbaragliato puntualmente dall'esercito di Franceschiello capitanato da Pepè. L'ultimo caso, quello dell'inaugurazione farlocca della Palestra grande che, nel giro di 4 giorni, è stata prima aperta, poi chiusa, poi riaperta e - giurano i ben informati - presto sarà richiusa. Pepè ovviamente non ci sta a passare per il pazzariello che distrugge ciò che Franceschini (ma soprattutto l'attivissimo sovrintendente Osanna) creano: «Io cerco sempre la strada del dialogo. Se poi si arriva alla rottura, le responsabilità sono di altri. Il mio compito è tutelare gli interessi dei lavoratori che, nel sito di Pompei, si impegnano con abnegazione un'organico inferiore alle esigenze di un'area così vasta». Discorso che - pronunciato da un sindacalista «mastino» - non fa una piega. Perfino Il Mattino di Napoli, gli rende onore scrivendo di lui: «Quando azzanna l'osso non lo molla, ossessivamente, sino a che non ha ottenuto per i suoi iscritti quanto aveva messo in bilancio». I turisti, abbandonati sotto il sole dietro i cancelli, se ne faranno una ragione.

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