La presidente Sardina e di origini tunisine. Ecco l'Anpi senza più partigiani

Sarin Ghribi, 23 anni, eletta presidente dell'Anpi di Castel Bolognese. Affascinata dalle Sardine, è figlia di una coppia di tunisini: "Partigiano è chi lotta per i diritti"

La presidente Sardina e di origini tunisine. Ecco l'Anpi senza più partigiani

Lo chiamano “rinnovamento”, ma sembra più l’accanimento terapeutico dell’Associazione Nazionale (non più) Partigiani d’Italia. Lei non ha colpe, sia chiaro. E’ mossa dal sano ardore politico di una 23enne. Ma che l’Anpi di Castel Bolognese, nel Ravennate, abbia scelto la "Comandante Sirin" a capo della sezione locale è sintomatico dell’evoluzione (o involuzione?) del movimento degli ex combattenti antifascisti.

La nomina di Sirin Ghirbi non deve stupire poi più di tanto. Ha tutte le carte in regola per prendere la guida di quegli appassionati iscritti all'Anpi. A 17 anni è stata vittima di bullismo, è nata da genitori tunisini e ha ottenuto la cittadinanza (come tutti i giovani di seconda generazione) solo con la maggiore età. Sirin è il simbolo perfetto dell’integrazione: al liceo i compagni di classe la consideravano “un corpo estraneo” perché “non ero uguale a loro, non ero italiana”; venne bistrattata durante le elezioni per i rappresentanti d’istituto; ed è (giustamente) infuriata per come il quasi-juventino Suarez abbia ottenuto il passaporto senza grandi fatiche (“è una mancanza di rispetto nei nostri confronti”). Ma soprattutto la Comandante Sirin si è appassionata alle sardine per poi trovarsi affascinata dalle sirene partigiane.

La domanda che alcuni malevoli fascioleghisti si faranno è: ma che c’azzecca con l'Anpi una 23enne (di origini tunisini o meno) che la guerra partigiana l’ha letta solo sui libri di scuola? Che domanda: ovviamente c’è il neo-fascismo da combattere. Sirin è convinta che “anche oggi esistono rigurgiti ben evidenti” (rigurgiti?). È certa che la battaglia non appartenga al passato ma si può essere partigiani “anche oggi, quando si lotta per i propri diritti” (quindi un lavoratore che chiede salari adeguati è partigiano ad honorem? O vale solo per alcuni diritti?). Perché in fondo, dice, "il fascismo non se n’è mai andato" e "ogni giorno dobbiamo convivere anche se non vogliamo, con ideologie e atteggiamenti fascisti, quindi posso dire che possiamo considerarci, anche noi, partigiani".

In verità la transizione dell’Anpi va avanti da qualche tempo. La prima donna non partigiana (cioè che non ha fatto la guerra) a salire alla guida di una sezione fu Anna Cocchi, a Bologna. E anche la presidente (o presidentessa?) dell’Anpi nazionale, Carla Federica Nespolo, la guerriglia contro le camicie nere e le SS l’ha vista solo in tv. Di ex soldati della Resistenza ne sono rimasti ormai pochi, perché l’anagrafica prima o poi punisce tutti. Così l’Anpi per “resistere” s’è affidata alle nuove leve, reinventando la lotta partigiana: si schiera contro Berlusconi, Salvini o Meloni; sposa battaglie politiche; lancia allarmi sul ritorno del Ventennio e sulla possibile resurrezione di un nuovo Duce. Oppure protesta quando Casapound o Fratelli d’Italia organizzano conferenze stampa (magari sulle Foibe) che non condivide. Storce il naso se un Comune osa intitolare una via o una piazza a Norma Cossetto, giovane istriana trucidata dai partigiani comunisti jugoslavi. E si indigna quando qualcuno porta un mazzo di fiori ai giovani repubblichini che combatterono, a torto o a ragione, secondo i loro convincimenti.

La comandante Sirin dunque si inserisce in questo contesto: la sopravvivenza richiede rinnovamento. È normale. E non è mica colpa sua, anzi: ben venga l'attivismo dei giovani. Forse non ci sarebbe nulla da obiettare se, con la morte naturale degli ex combattenti, l’Anpi si dedicasse alla ricerca storica smettendo di denunciare inesistenti rigurgiti fascisti pur di conservare un antistorico status quo.

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