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Quei quattro giorni che logorano Conte

Quattro giorni. Questo il timing imposto da Sergio Mattarella alla crisi.

Quei quattro giorni che logorano Conte

Quattro giorni. Questo il timing imposto da Sergio Mattarella alla crisi. Quasi cento ore per tenere in vita il Conte ter o per continuare a logorare ancora - e definitivamente - il premier dimissionario. Tutto, o quasi, dipenderà da Matteo Renzi, che ha davanti due strade. La prima è concedere all'autoproclamato «avvocato del popolo» una sorta di salvacondotto politico ed accettare di rimettere insieme i cocci del Conte 2. La seconda è quella di appellarsi alle parole pronunciate nel Salone delle Feste del Quirinale prima dal capo dello Stato e poi, dopo aver ricevuto il mandato esplorativo, dal presidente della Camera Roberto Fico: «Verificare l'esistenza di una maggioranza politica composta dai gruppi che componevano il precedente governo». Il leader di Italia viva, insomma, potrebbe dire di essere a disposizione per dar vita alla suddetta maggioranza, come richiesto dal Colle, elencare poi una serie di questioni di natura programmatica e infine aggiungere che non c'è bisogno di impiccarsi sui nomi. Circostanza che potrebbe definitivamente affondare il Conte ter, anche perché Renzi avrebbe buon gioco a dire ai suoi interlocutori che il cuore del problema è il programma del nascituro esecutivo e l'interesse del Paese, non certo il destino di Conte. Argomento, va detto, che avrebbe una certa efficacia anche all'esterno, sui media. Al netto del fatto che la crisi l'ha aperta Renzi, infatti, M5s e Pd farebbero fatica a sostenere di essere contro un eventuale esecutivo guidato da un loro esponente di punta, che si tratti di Luigi Di Maio o di Dario Franceschini. E chi conosce Renzi giura che il senatore di Rignano è disponibile a qualunque alternativa pur di far fuori definitivamente Conte.

Insomma, passati esattamente diciassette giorni da quando Iv ha aperto la crisi con le dimissioni delle ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, siamo ancora - esattamente - al punto di partenza. Una vera e propria palude, con un certo disappunto da parte di Mattarella che, non a caso, nelle poche parole che pronuncia pubblicamente ci tiene a precisare che sono già passate «32 ore di consultazioni». Come se il capo dello Stato contasse minuto dopo minuto, preoccupato da una crisi che si è andata sempre più avvitando. Dopo aver provato per giorni e giorni a muovere il pallottoliere di Palazzo Madama - in alcuni casi con offerte al limite del lecito, giurano un senatore azzurro e uno centrista - Palazzo Chigi pare infatti venuto a più miti consigli. E ieri si è mosso per provare a ricucire con Renzi.

Toccherà a Fico verificare se davvero ci sono le condizioni per una ricomposizione. Che il M5s è pronto a ingoiare nonostante gli annunci di Alessandro Di Battista, che minaccia sì la fronda all'interno del Movimento nel caso di un nuovo accordo con Renzi, ma che in Parlamento non ha molto seguito: otto deputati e tre senatori al massimo, sempre non cambino idea. Ci mancherebbe, di questi tempi tre voti al Senato sono preziosissimi, come dimostrano le trattative nottetempo a Palazzo Chigi degli ultimi giorni. Ma sono anche facilmente rimpiazzabili. Il punto resta Renzi. Come vorrà muoversi e cosa vorrà fare. E questo non è chiaro neanche al Quirinale, che dal leader di Italia viva si aspetta ormai qualunque cosa. Anche per questo è stato messo in campo Fico. Presidente della Camera, certo. Ma anche punto di equilibrio tra il M5s e il Pd, con cui ha ottimi rapporti dai tempi in cui era presidente della Commissione di Vigilanza Rai. Se Renzi dovesse decidere di staccare la spina, spetterà a lui celebrare la fine del Conte ter. Chi meglio di un esponente storico del M5s potrebbe infatti chiudere definitivamente la porta all'autoproclamato «avvocato del popolo» e aprire la strada a un nuovo governo.

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