Ragusa, arrestate 15 persone appartenenti alla "stidda"

Con l'operazione "Plastic free" è stata disarticolata un'organizazione che si occupava della gestione del traffico illecito di rifiuti tra Ragusa e Catania, il clan era coordinato da un ex collaboratore di giustizia

Sono 15 le persone finite in manette a Ragusa questa notte nell’ambito dell’operazione “Plastic Free” condotta dagli investigatori delle squadre mobili di Ragusa e Catania. Si tratta del frutto di un’indagine che ha permesso di sgominare un clan mafioso della “stidda” che gestiva il traffico illecito di rifiuti aggravato. Tutti, a vario titolo, sono indagati per i reati di estorsione pluriaggravata, illecita concorrenza con minaccia, lesioni aggravate, ricettazione, detenzione di porto di armi da sparo e danneggiamento seguito da incendio. A gestire il business illecito era il collaboratore di giustizia Claudio Carbonaro, pentito dal 1992, con alle spalle sessanta omicidi. Era tornato a Vittoria per gestire l’organizzazione che avrebbe fruttato parecchi milioni di euro.

Le indagini, coordinate dalla Procura di Catania, sono partite nel 2014 quando sono state sequestrate delle scarpe realizzate con materiale nocivo alla salute. In questa occasione è stata ipotizzata l’esistenza di un’organizzazione che si occupasse del traffico di rifiuti plastici tra Ragusa e Catania.

Gli inquirenti dicono che le "principali imprese vittoriesi attive nel settore della raccolta e trasformazione di rifiuti plastici si approvvigionavano dei teli di copertura periodicamente dismessi dalle serre presenti nel territorio ricompreso fra le provincie di Ragusa, Siracusa, Caltanissetta e di conseguenza vi era una forte concorrenza tra le aziende che si occupavano della raccolta della plastica, le quali cercavano di ottenere il monopolio, anche attraverso il ricorso all’intimidazione mafiosa".

Un ruolo fondamentale nella gestione dell’illecita attività era svolto da Claudio Carbonaro che ha organizzato e diretto l’associazione, d’intesa con Giovanni Donzelli, altro pregiudicato e con l’ausilio di Salvatore D’Agosta, coordinando l’attività di raccolta della plastica svolta dai Minardi. Questi ultimi, attraverso le intimidazioni, si assicuravano in via esclusiva la raccolta del prodotto, per poi conferirlo esclusivamente nelle imprese della famiglia Donzelli. Per raggiungere l’obiettivo, gli indagati non esitavano a ricorrere all’utilizzo delle armi.

Ad essere smaltiti erano anche i fanghi speciali provenienti dal lavaggio della plastica, nocivi perché formati da terra mista a fertilizzanti e pesticidi. I rifiuti venivano interrati e ricoperti con cemento e asfalto. Le fasi di smaltimento illegale sono state documentate dalla polizia attraverso videoriprese. I reati ambientali hanno permesso agli indagati di ricavare grandi profitti in quanto lo smaltimento abusivo non viene conferito presso una discarica autorizzata, con il conseguente illecito abbattimento dei costi.

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