È un rischio troppo alto affidare l'etica ai magistrati

Cantone non ha scoperto un nuovo tipo di onda gravitazionale, ma ha macinato roba stantia, saputa e risaputa

È un rischio troppo alto affidare l'etica ai magistrati

Raffaele Cantone ha approfittato ieri della sua posizione eminentissima di Superman contro la corruzione, e dunque da una posizione neutra politicamente ed eticamente eccellente, per far piovere dall'alto due sentenze sbagliate e alla fine criminali. Di certo ha detto quello che pensa. Ma la sincerità non è sinonimo di verità. Guai se i giudici invece di applicare la legge pretendono di essere maestri di etica. Siamo alla dittatura delle toghe le quali pretendono di scrivere il codice e di fare pure i preti. Questa tentazione si traduce in operazione profondamente disonesta se espressa da chi è stato posto sul trono della moralità, come se fosse il Papa laico, e le cui posizioni personali diventano perciò autorevoli per le coscienze, specie dei giovani. Egli ha dato la sua benedizione al disegno di legge Della Vedova-Giachetti in discussione in Parlamento.

Il magistrato - tale è Cantone, anche se non abita più in tribunale, ma la toga lo avvolge perennemente come lo zucchetto bianco copre la testa del Pontefice - ha detto: «Il proibizionismo sulle droghe pesanti è giusto, mentre sulle droghe leggere ci sono questi due argomenti, cioè evitare i contatti con la criminalità organizzata e consentire l'uso di droghe leggere controllate che siano il meno possibile trattate chimicamente e che quindi facciano meno male possibile. Questi possono essere argomenti che con una vendita controllata e quindi in qualche modo limitata potrebbero dare un senso alla proposta».

Cioè, tradotto dal cantonese. 1) Cantone ha avallato l'idiozia scientifica secondo cui esisterebbero droghe leggere e dunque veniali, e droghe pesanti, dunque mortali. Questa valutazione che toccherebbe ai medici e agli esperti del ramo (dice qualcosa l'esperienza di Muccioli e di San Patrignano?), se esce da una bocca dai denti bianchissimi e dall'alito di purissima moralità di Cantone diventa un disco verde etico al consumo di cannabis, hashish et similia. Basta che siano erba e non siano mescolati a roba chimica. Che sarà mai... 2) Sostiene che legalizzare impedisce la frequentazione di brutte compagnie, evita il contatto con i pusher, e dunque si evita di finanziare il male. Questa affermazione è un alibi perfetto: parte dal presupposto che il male non sia già di per sé la droga, ma la frequentazione e il finanziamento di chi la vende.

Cantone non ha scoperto un nuovo tipo di onda gravitazionale, ma ha macinato roba stantia, saputa e risaputa. Gente perbene la sostiene e gente perbene la combatte. Ma Cantone in questo tiro alla fune è saltato giù dal cielo con l'aria di essersi consultato con lo Spirito Santo. E ha agito con l'aria di dare lo strattone vincente. Perché l'ha fatto? Non doveva, è ovvio. E allora perché?

Tecnicamente Cantone è presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, in acronimo Anac, che è un'autorità amministrativa indipendente. Gli porrei questa semplice domanda: il consumo di droga, che io mi rifiuto di chiamare leggera, corrompe o può corrompere l'integrità psicofisica di chi l'assume e specie dei giovani? Egli sostiene, a dire il vero, sia un bene legalizzarla sì, ma non tanto.

Che cosa significa? Due tiri e via? Quattro piantine in casa, ma non di più? È la logica cara agli alcolisti, quella dell'ultimo goccetto, che Cantone capovolge garantendo, lo voglia o no, l'innocuità della prima sigarettina all'hashish. In realtà sappiamo molto bene, e dovrebbe saperlo Cantone, che ci sono multinazionali del tabacco, finanziatrici di fondazioni vicine al Partito democratico, le quali in previsione di questa legalizzazione hanno già depositato il brevetto in Italia di fumo alla cannabis: proprio poca cannabis, senza roba chimica.

Senza essere nominati da nessuno, ci permettiamo di fare il controcanto all'autorità dell'anticorruzione, e contestiamo a Cantone, magistrato nominato dal governo, un abuso morale d'ufficio, poiché invece di essere indipendente come da statuto si situa con una precisione millimetrica nel solco della proposta di legge Giachetti-Della Vedova che legittima il commercio statale, sì ma non troppo, della cannabis e la sua coltivazione privata. E ci troviamo così davanti a un uso improprio e politico di una carica pubblica e togata per invadere e condizionare il potere legislativo, agendo sull'opinione pubblica in forza di non si capisce quale missione salvifica. Così non va.

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