"Folle equiparare sigarette ed e-cig". Tutti i dubbi sul piano anti-cancro della Ue

L'Ue dichiara guerra al tabacco per combattere la diffusione del cancro nel Vecchio Continente. Ma il documento fa discutere. E i medici insorgono

"Folle equiparare sigarette ed e-cig". Tutti i dubbi sul piano anti-cancro della Ue

Creare una generazione "libera dal tabacco" entro il 2040 riducendo la percentuale dei fumatori del 20 per cento. È l’obiettivo della Commissione europea, messo nero su bianco, all’inizio di febbraio, nello Europe's Beating Cancer Plan. Un piano per ridurre la diffusione del cancro nel Vecchio Continente, dove, soltanto nel 2020, le diagnosi di tumore sono state 2,7 milioni e 1,3 milioni le morti causate dalla stessa malattia.

Il piano della Commissione Ue per la lotta al cancro

La strategia messa in campo da Bruxelles passa da tre capisaldi: lotta al fumo, al consumo di carne rossa e agli alcolici. Proprio dal consumo di tabacco, secondo le stime della Commissione, dipende il 27 per cento dei tumori. Per questo nei prossimi anni l’Ue proporrà un incremento della tassazione sui prodotti da fumo, compresi quelli innovativi, come il tabacco riscaldato e la sigaretta elettronica.

Non solo. Il piano della Commissione prevede anche una semplificazione del packaging, il divieto di commercializzare gli aromi e l’estensione entro il 2023 della raccomandazione del Consiglio europeo sugli ambienti smoke-free anche ai nuovi dispositivi. Qualcuno, però, già parla di misura draconiana. A far storcere il naso agli addetti ai lavori è proprio l’equiparazione tra sigarette tradizionali ed e-cig.

"Sbagliato equiparare le sigarette tradizionali alle e-cig"

"Non ha senso", esordisce al telefono Fabio Beatrice, professore presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Torino e fondatore del Centro Anti-Fumo dell'ospedale San Giovanni del capoluogo piemontese. "L’obiettivo della Commissione Ue è molto ambizioso, direi quasi utopico, basti pensare che oggi in Italia esistono circa 300 centri antifumo, che reclutano 8mila fumatori l’anno su un totale di 12 milioni, e di questi 8mila riesce a smettere soltanto il 45 per cento".

In un quadro di questo tipo, quindi, per l’esperto è indispensabile lasciare a chi è dipendente dalla nicotina una "exit strategy". Il principio da seguire è quello della "riduzione del rischio". Il modello, quello inglese, dove le e-cig sono diventate uno strumento per la lotta al tabagismo. "È ovvio che l’obiettivo sia la cessazione, e che tutti i divieti di fumo e di vendita debbano restare, ma per noi medici – spiega l’esperto - la sigaretta elettronica rappresenta uno strumento per indurre chi non vuole smettere di fumare almeno a consumare un prodotto che lo espone ad un minor numero di sostanze tossiche".

È d’accordo anche Andrea Fontanella, direttore del Dipartimento di Medicina interna dell'Ospedale Buon Consiglio Fatebenefratelli di Napoli, che insiste sulla minore tossicità dei prodotti innovativi, certificata da diversi studi. "Sicuramente - spiega al Giornale.it - c’è una minore quantità di sostanze nocive oncogeniche e responsabili di patologie cardiovascolari in ciò che viene inalato, ma anche una riduzione riscontrata a livello circolatorio di tutta una serie di marcatori".

La strategia più efficace al momento, quindi, secondo gli addetti ai lavori, compreso Fontanella, “è quella di offrire a chi non ce la fa a smettere di fumare un’alternativa che possa portare più facilmente alla cessazione totale o, laddove non fosse possibile, che esponga perlomeno il fumatore ad un danno ridotto".

"L'approccio Ue non tiene conto dei dati scientifici"

"Ci rammarica che, nella stesura preliminare, il Beating Cancer Plan non riconosca il potenziale del rischio ridotto e l’efficacia della sigaretta elettronica – che è il 95 per cento meno rischiosa rispetto al tabacco tradizionale, come dimostrato dal rapporto del Public Health of England, il Ministero della salute inglese - come strumento di supporto alle politiche sanitarie Comunitarie in contrasto al tabagismo", nota Umberto Roccatti, Presidente di Anafe Confindustria, l’Associazione Nazionale Produttori Fumo Elettronico, che rappresenta una filiera che raggruppa più di 100 imprese in Italia e oltre 2.500 negozi su strada, e che genera 15mila posti di lavoro diretti e oltre 30mila indiretti.

"La mancanza di un approccio pragmatico e che non tiene conto degli studi indipendenti e della letteratura scientifica a supporto del principio della riduzione del danno, - aggiunge - non lascia scampo a tutti quei fumatori di sigarette tradizionali, ben l’80 per cento, che non vogliono o che non riescono a smettere di fumare, privandoli di un'alternativa concreta per la tutela della salute". Anche Roccatti è scettico sul possibile raggiungimento degli obiettivi stabiliti dal Beating Cancer Plan europeo. "Ci aspettiamo un totale fallimento: purtroppo, - ribadisce - centri antifumo e campagne istituzionali hanno efficacia solo verso lo 0,5 per cento dei fumatori".

In Italia 80mila vittime l'anno per colpa del fumo

Poi c’è il nodo della tassazione. Troppo leggera, secondo i medici, per quanto riguarda le classiche bionde. "Aumentare il costo del pacchetto di sigarette da 5 a 6 euro è farisaico, perché non si decide di portarlo a 25 euro, come in Australia, lasciando invariato il costo delle sigarette elettroniche? – si domanda Beatrice – È così che si spostano i consumi, altrimenti si sta solo giocando con la salute delle persone".

I dati dell’impatto del fumo sulla salute, del resto, sono eloquenti. "Secondo l’OMS, - ricorda il presidente di Anafe - è la seconda causa di morte al mondo e la principale causa di morte evitabile: quasi 6 milioni di persone perdono la vita ogni anno per i danni da fumo e tra le vittime quasi 1 milione sono non fumatori esposti al fumo passivo. Solo in Italia, si stima che sia la causa di oltre 80 mila decessi annuali". Più di quelli provocati dal Covid nel 2020.

Il documento che traccia a grandi linee la strategia europea per abbattere l’incidenza dei tumori nel continente ora dovrà essere vagliato dalla Commissione Beca sulla lotta contro il cancro. Tra i suoi componenti, a battersi perché non passi l’accostamento tra sigarette tradizionali e prodotti innovativi c’è Pietro Fiocchi, europarlamentare di Fratelli d’Italia. "All’interno del documento – ci spiega al telefono – ci sono dei punti molto critici, quello dell’equiparazione fra fumo tradizionale e vaping è il principale perché va contro le evidenze scientifiche che ci dicono, ad esempio, che l’incidenza per quanto riguarda il cancro ai polmoni è di un decimo rispetto a quella delle classiche sigarette".

"L’approccio talebano, quindi, è sbagliato, – va avanti – così come è sbagliato è imporre una maggiore tassazione: sappiamo che il proibizionismo su alcolici e sigarette non paga". "Più giusta, invece – aggiunge Fiocchi – l’idea di una fiscalità omogenea tra gli Stati membri per evitare il "turismo" legato al consumo di questi prodotti".

Una piantagione di tabacco in Italia. (Foto: Coldiretti)

"Così si perdono investimenti e posti di lavoro"

E i risvolti, secondo l’europarlamentare, sarebbero anche economici, visto che il 50 per cento del tabacco prodotto nel nostro Paese viene acquistato da un’azienda che ha deciso di convertirsi completamente ai nuovi prodotti da fumo, come i dispositivi che scaldano il tabacco e le e-cig.

Investimenti "innovativi" che "puntano sulla sostenibilità ambientale riducendo in modo sensibile l'impatto sull'ecosistema", spiega il direttore dell'ufficio di Coldiretti a Bruxelles, Paolo Di Stefano. "L’Ue dovrebbe sostenere esperienze di questo tipo, che sono diventate distintive per l’agricoltura italiana", rimarca. Anche perché se "alcune filiere sparissero da determinati territori renderebbero quelle aree del Paese disabitate, con un rischio anche di tenuta sociale".

"Siamo sempre stati tagliati fuori dal mercato del tabacco tradizionale, ad eccezione del sigaro toscano, e adesso che abbiamo la possibilità di essere protagonisti nella produzione finalizzata alle tecnologie più avanzate rischiamo che questa opportunità si vanifichi se la proposta della Commissione venisse recepita così com’è", è il commento di Fiocchi.

"Per essere chiari – conclude – le aziende che ora stanno investendo in Italia si sposteranno negli Usa, in India, oppure in Cina, e per noi sarebbe una perdita rilevante in termini sia di Pil, sia di posti di lavoro".