C'è il rischio di uno scisma conservatore nella Chiesa?

L'ipotesi di uno scisma nella Chiesa è sempre molto improbabile. Ecco, però, le possibili cause di una divisione che potrebbe avvenire nel corso del tempo

C'è il rischio di uno scisma conservatore nella Chiesa?

Lo "scisma" nella Chiesa è sussurrato da un po'. Qualche tempo fa fu il porporato tedesco Mueller a rivelare come un gruppo di porporati lo volesse a capo di un gruppo alternativo a Papa Bergoglio.

L'ipotesi resta improbabile: l'unità della Chiesa cattolica è passata attraverso "terremoti" ben più grossi delle critiche sollevate oggi nei confronti del pontefice argentino. La "frangia" dei cardinali oppositori è molto ristretta e sembra contare sempre meno nelle logiche curiali. Perché, allora, parlarne ancora?

Lo spunto iniziale per una considerazione complessiva può derivare da una riflessione del giornalista Massimo Franco, un'analisi fatta ieri durante il festival della rivista Limes. Secondo il giornalista, la "vera sfida" consisterebbe nel riuscire a tenere insieme il centro (cioè la Santa Sede, il Vaticano) e le periferie, quelle cui Papa Francesco sembra guardare con maggiore attenzione. Altimenti il rischio potrebbe essere la creazione di una "frattura".

"Se Papa Francesco - si legge su Twitter - spinge all'estremo le sue idee anti-occidentali, il rischio è che si crei una sorta di conclave parallelo che provochi in un futuro indeterminato uno scisma conservatore all'interno della Chiesa". Il dato da cui partire, insomma, è il presunto l'antioccidentalismo di Bergoglio. Il Papa "venuto dai confini del mondo" non crederebbe più nel centralismo europeo, quello tipico della confessione cattolica. Il baricento è stato "spostato" in sud America, dove i cattolici continuano a crescere, mentre l'Africa è il continente che interessa in positivo le statistiche più di tutti gli altri. Dati e questioni emersi anche durante il festival citato.

Lo "scisma", in caso, non potrebbe allora che essere conservatore. A differenza di Benedetto XVI, lo scopo della pastorale dell'ex arcivescovo di Buenos Aires non sarebbe quello di rievangelizzare il vecchio continente. Questo potrebbe produrre un allontanamento progressivo in grado di creare persino un'assise cardinalizia alternativa. Uno scenario che potrebbe essere supportato da quanti, all'interno della Chiesa cattolica, ritengono che questo sia un papato "immigrazionista", poco attento alla questioni bioetiche e "confusionario" in materia di dottrina e tradizione. L'Europa, in poche parole, sarebbe stata abituata in maniera diversa. Poi, ancora, c'è l'avvicinamento al protestantesimo: non sono in pochi a ritenere che la riforma di Bergoglio possa sfociare in una sorta di "fusione" con la Chiesa luterana. Considerazioni, queste, riportate da più parti durante questi cinque anni di pontificato.

Solo qualche settimana fa, i cardinali Burke e Brandmueller hanno rilanciato la questione dei "dubia". La sensazione è che il tema dell'accesso alla comunione per i divorziati risposati possa essere utilizzato anche per segnalare un generale clima di malcontento. Burke, statunitense ed espressione degli ambienti conservatori a stelle e strisce, e Brandmueller, erede di una tradizione teologica e storicistica molto affine a quella di Joseph Ratzinger. Non a caso due porporati occidentali spesso ascritti nell'insieme dei cosiddetti "conservatori".

Siamo molto lontani dal poter parlare di "scisma", ma, per quanto questi e altri cardinali abbiano sempre ribadito la loro fedeltà nei confronti del pontefice, rimane un'evidenza: esiste un'idea di Chiesa molto diversa da quella promossa dal gesuita argentino. Una visione che è stata in grado di alimentare molto chiasso mediatico e riflessioni che sono arrivate persino a parlare di "eresia".

Ogni Papa, come i lettori ricorderanno, ha avuto i suoi "oppositori". Persino l'amatissimo Giovanni Paolo II. Il multilateralismo promosso dalla "Chiesa in uscita", però, potrebbe produrre effetti a lungo termine non prevedibili.

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