Dal "re di Forcella" a Ugo Russo: viaggio tra i santuari dei criminali

Viaggio a Napoli nelle mete religiose in cui si venerano boss e criminali

Il sacrario in memoria del boss di Forcella Luigi Giuliano
Il sacrario in memoria del boss di Forcella Luigi Giuliano

È Spaccanapoli la direttrice intorno alla quale si ramificano vicoletti e viuzze, che scavano nel ventre della città. Come passaggi di un labirinto, conducono quasi all’improvviso a sacrari, cappelle, statue, ex voto. Qui la fede soprannaturale emerge da ogni angolo. Persino sui muri dei palazzi, dove abbondano quadri appesi e murales. È Napoli, una delle metropoli esoteriche d’Europa, dove la religiosità si è fusa inevitabilmente all’esaltazione del crimine e ha generato un vero e proprio credo della camorra, con annessi. Santuari.

Il nostro viaggio comincia nel quartiere Pendino e precisamente a Forcella - una porzione di città antichissima, tanto affascinante quanto paradossale. All’ingresso domina un enorme San Gennaro dipinto da Jorit. Qualcuno dice che somigli al pentito Nunzio Giuliano, ma l’artista ha fermamente smentito.

Ma è nella minuscola via Sant’Arcangelo a Baiano che d’improvviso si apre e spunta l’enorme sacrario dedicato al boss Luigi Giuliano, "il re di Forcella". La sua fotografia risalente ai fasti criminali di un tempo sembra quasi oscurare la statua di Padre Pio a due passi. E qui per molti Giuliano è un’istituzione: boss indiscusso negli anni Ottanta e Novanta, da collaboratore di giustizia ha raccontato segreti, storie vecchie di camorra e nuovi dettagli da cui hanno preso vita diversi filoni di indagine, alcuni dei quali ancora in corso. Ha raccontato di poliziotti e giudici corrotti, case d'asta truccate, tribunali compiacenti; ha fatto diverse dichiarazioni sull'omicidio del banchiere Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi, a Londra.

E le tracce del re di Forcella sono sparse ovunque. Poco distante, in vico Tarallari, da anni i residenti curano e venerano un altarino in pietra con una madonna preceduta da sette scalini e da una piccola fontana. Fu fatto costruire da «Lovigino» in persona. E un tempo qui c’era pure la sua foto per omaggiarlo.

Si dice che qui ci sia l’usanza che quando arrivano «buone notizie» membri dei clan e persone del posto facciano la corsa a ringraziare i santi che affollano i vicoli accendendo un cero. E queste sono tra le mete più battute. “Solo nella città di Napoli ci sono oltre 100 tra statue e altarini dedicati a boss o criminali, le edicole votive sono molte di più – spiega il consigliere comunale Francesco Emilio Borrelli, che da anni conduce una battaglia contro il fenomeno para-religioso -, in altri casi i personaggi venerati sono borderline, che vorrebbero essere associati a boss e spesso in quei santuari vengono nascoste armi e droga”.

Ma a colpire l’occhio di un osservatore esterno è che a poche decine di metri dai santuari della camorra, ci sono una scuola e una biblioteca intitolate ad Annalisa Durante, 14enne rimasta uccisa in uno scontro tra due clan della Camorra rivali. I paradossi di un angolo di mondo in cui Stato e criminalità si sfiorano ogni giorno.

Diverso, ma simile, il fenomeno nei Quartieri Spagnoli. Qui la comunità si è opposta con forza alla rimozione dell’enorme murale dedicato ad Ugo Russo, il 15enne ucciso da un carabiniere durante una tentata rapina. “Si cerca di beatificare, di glorificare questi criminali, ovviamente sfruttando la religione. D’altronde la Camorra ha sempre fatto uso della fede per i propri interessi. Bisogna estirpare questo cancro da Napoli”, continua il consigliere Borrelli.

Qualcosa comunque si sta muovendo. Proprio ad aprile del 2021 è scattata la rimozione dell’altarino con tanto di statua di Emanuele Sibillo, il capo della "paranza dei bimbi", ucciso nel 2015 a 20 anni. È solo il primo passo di un lungo cammino, che sulla sua strada incontrerà ancora molti ostacoli.