Il terno al Lotto

Immaginate un circuito ad eliminazione diretta, in cui uno dopo l'altro cadono i candidati

Il terno al Lotto

Immaginate un circuito ad eliminazione diretta, in cui uno dopo l'altro cadono i candidati. Ebbene, la corsa per il Quirinale è più o meno così. E, anche se pochi ne parlano per pudore, nel Palazzo il via alla competizione è già stato dato e, al di là di improbabili «repechage», già un'ipotesi è svanita. Si tratta della riconferma di Sergio Mattarella. Uno schema che per riuscire (vedi modello Napolitano) dovrebbe essere accettato almeno dall'80% del Parlamento, ma questa circostanza - vuoi per la freddezza di tutto il centrodestra, vuoi per le riserve di qualche settore grillino - non si è verificata. Prova ne è che, dopo la cena della scorsa settimana al Quirinale, quella in cui il premier ha proposto al capo dello Stato «se resti tu, resto anch'io», l'idea è scomparsa dalla narrazione, soprattutto, è sparita dal tavolo la suggestione della staffetta, cioè di un Mattarella che viene confermato e poi, dopo qualche anno, lascia il Colle a Mario Draghi.

Così il premier, che desidera non poco cambiare domicilio istituzionale, è stato costretto ad interpretare il ruolo della lepre che tenta la corsa solitaria. Strategia rischiosa, tant'è che Draghi si risente ogniqualvolta gli viene posta la domanda sul Colle(«è offensivo parlarne»). Purtroppo per lui, però, senza l'ipotesi di Mattarella in campo non ha alternative. Al massimo può usare l'espediente che siano altri a lanciare il suo nome. Nelle ultime 48 ore tre ministri hanno caldeggiato la candidatura del premier: i due leghisti Giorgetti e Garavaglia e l'azzurro Renato Brunetta. Insomma, il Dragone, tramite i suoi pretoriani, si è esposto per il Quirinale, sia pure con circospezione, e ora attende di verificare le adesioni, se arriveranno.

Diciamo subito che il suo nome, a parte le simpatie e le convinzioni di ognuno, ha una logica: tutti discettano su una permanenza dell'ex-Governatore della Bce a Palazzo Chigi in eterno; ma nessuno può ipotecare il futuro, tantomeno se tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, in questo caso il risultato delle prossime elezioni politiche. Perché l'ipotetico vincitore, infatti, dovrebbe lasciare Draghi al suo posto?

Il primo a saperlo è l'attuale premier che, non per nulla, preferirebbe svolgere per sette anni di fila il ruolo di garanzia sull'attuazione del Pnrr dal Quirinale.

Solo che neppure l'uomo più popolare oggigiorno in Italia può scommettere su quello che passerà per la testa tra qualche mese ai parlamentari che dovrebbero eleggerlo: l'approdo di Draghi sul Colle, infatti, aprirebbe con molta probabilità la strada alle elezioni anticipate. Ed è questa la prospettiva che più terrorizza un Parlamento dove tutti sanno che alle prossime elezioni saranno in palio un terzo in meno dei seggi; dove non esiste disciplina di partito, visto che sono presenti partiti «fragili» e forze politiche che sopravvivono a se stesse; dove ci sono deputati e senatori consapevoli che se si andasse alle urne prima del settembre del 2022 non avrebbero ancora maturato la pensione. Quella di Draghi, per ora, più che un'elezione somiglia ad un terno al lotto.

Commenti