Cinque milioni per test salivari: l'ultimo spreco di Zingaretti

Continua il dibattito sull'utilizzo dei test salivari per lo screening nelle scuole. Ma nel Lazio i risultati della sperimentazione sono deludenti e 600mila kit rischiano di rimanere inutilizzati

Cinque milioni per test salivari: l'ultimo spreco di Zingaretti

Dal 6 aprile torneranno nelle aule scolastiche 5,3 milioni di studenti di materne, elementari e medie, anche nelle zone rosse. È la promessa del premier Mario Draghi. Nel frattempo si studia come rendere il rientro a scuola il più sicuro possibile, anche per evitare di dover procedere in futuro con nuove chiusure. Una delle idee in campo è quella dei test salivari per i piccoli alunni.

"È un progetto su cui lavorare, aspettiamo i dati", ha detto il commissario Francesco Paolo Figliuolo, interpellato in merito dal ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi. "Prima – ha aggiunto - vanno validati sul campo e inseriti in programmi specifici". Progetti e studi pilota sono già partiti in diverse regioni, come il Veneto. Ma nel Lazio il sistema sembra essersi già inceppato.

Come si legge sul Messaggero, la regione governata da Nicola Zingaretti aveva pubblicato una gara d’appalto per l’acquisto di 600mila kit. Costo complessivo dell’operazione, quasi 5 milioni di euro. A metà febbraio la commessa è stata aggiudicata alla Fujirebio, multinazionale giapponese con sede a Pomezia, l’unica a rispondere all'appello. I kit sono stati venduti a 8 euro l’uno per un totale di 4,8 milioni di euro.

Ma la scorsa settimana l’Unità di crisi regionale ha deciso che non saranno utilizzati in occasione del rientro in classe previsto per il prossimo 30 marzo, quando il Lazio virerà dal rosso all’arancione. I problemi emersi dalla sperimentazione ne sconsiglierebbero l’utilizzo per lo screening di massa. In primo luogo i batuffoli imbevuti di saliva rischiano di asciugarsi rapidamente e di essere praticamente inutilizzabili una volta arrivati in laboratorio, il che pone un problema di ordine logistico non da poco.

Il quotidiano di via del Tritone fa l’esempio dell’istituto per l'infanzia Giovanni Paolo II di Civitavecchia, dove lo scorso dicembre sono stati effettuati sessanta test salivari. Di questi, soltanto sei sono risultati idonei per l’analisi del campione. Bere acqua o lavare i denti prima di eseguire l'esame, inoltre, rischia di falsare il risultato. Il pericolo, in sintesi, è che possano emergere molti falsi negativi, considerato anche il fatto che nella saliva sono presenti meno antigeni.

Così ora il programma deve essere ripensato e i 600mila test acquistati rischiano di restare in magazzino visto che, secondo le ultime indiscrezioni, non si procederà con gli screening a tappeto. Da via Cristoforo Colombo, però, chiariscono che lo strumento sarà utilizzato ugualmente in caso di contagi all’interno delle scuole, in particolare dell’infanzia e primarie, e che sono già state effettuate le consegne alle Asl.

I test salivari "sono più agevoli e provocano meno disagio al bambino" ma "ma vogliamo essere sicuri sulle caratteristiche di questi test, ovvero che abbiano una elevata sensibilità e specificità", aveva spiegato nei giorni scorsi il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Giovanni Rezza. Molti pediatri, però, insistono nel ribadire che i tamponi salivari molecolari siano "uno strumento ideale per le attività di monitoraggio".

"Richiedono le stesse apparecchiature e modalità di processamento, ma porterebbero notevoli risparmi per la macchina organizzativa e meno invasività per i bambini", spiega all’Adnkronos Salute Gian Vincenzo Zuccotti, preside della Facoltà di Medicina dell'università Statale di Milano e direttore Pediatria e Pronto soccorso pediatrico dell'Asst Fatebenefratelli Sacco, ospedale dei bimbi Vittore Buzzi, convinto dell’efficacia di questo metodo di tracciamento.