Il virus petrolio può fare più danni del Covid

Corona o non-Corona, è il momento di accendere un faro sul petrolio e di questo dobbiamo ringraziare lo scivolone di ieri alla borsa americana, dove i futures sono andati negativi a -37 dollari/barile

Il virus petrolio può fare più danni del Covid

Corona o non-Corona, è il momento di accendere un faro sul petrolio e di questo dobbiamo ringraziare lo scivolone di ieri alla borsa americana, dove i futures sono andati negativi a -37 dollari/barile. Manovre speculative, certo. Nessuno si illude davvero che andrà al distributore e oltre al pieno riceverà anche 50 euro. Però qualcosa significa. Da quasi un secolo il petrolio è ritenuto il sangue che scorre nelle vene dell'economia mondiale, ma più di recente abbiamo capito che i benefici incrementali di un'economia alimentata con i fossili sarebbero via via sempre meno convenienti, sulla bilancia della sostenibilità ambientale. Già alla fine del secolo scorso Ahmed Zaki Yamani, ministro del petrolio dell'Arabia Saudita, disse che «l'età della pietra non è terminata per carenza di pietre, e l'età del petrolio terminerà ben prima che finisca il petrolio». Tutti gli operatori sono consapevoli che presto accadrà e stanno lavorando alle varie exit strategy. Ora la crisi Covid, fermando la produzione industriale e i trasporti in gran parte del pianeta, ha fornito un piccolo aperitivo di come sarebbe avere serbatoi pieni di greggio e nessuna nave a caricarlo. Pur in uno scenario ben più ampio, questo è un problema concreto e operativo che sta facendo pressione sul mercato: nessuno sa più dove mettere il petrolio pompato dai giacimenti. Un pozzo non funziona come un rubinetto che apri o chiudi e il suo arresto, quando non compromette l'intero giacimento, può comportare costi ingenti per la riapertura, assorbibili a 80 dollari al barile, ma non a 15. Le previsioni per il primo semestre 2020 sono di un calo della domanda del 20%. Per inquadrarne la portata, basti ricordare che dopo i due choc degli anni '70 (quando furono peraltro i produttori a chiudere i rubinetti) solo due volte la domanda di greggio è diminuita. A parte questo assaggio di economia oil-free, in realtà ancora distante, la crisi Covid ha fatto impazzire la maionese che si stava preparando tra i Paesi esportatori riuniti nell'Opec+ (Organization of the Petroleum Exporting Countries più la Russia). Tutto ha inizio alcuni anni fa, quando gli Stati Uniti hanno raggiunto l'autosufficienza energetica grazie ai giacimenti da fracking (shale oil), un sistema capital intensive popolato di piccoli produttori. La risposta dei sauditi è stata di ridurre la produzione, per evitare che i prezzi scendessero, visto che la loro economia, molto legata alla bilancia petrolifera, gira bene col greggio sopra gli 80 dollari, stando alle valutazioni del Fmi. Quando in queste settimane la necessità di tagliare la produzione è diventata impellente, l'Opec+ ha raggiunto un accordo su un calo di quasi 10 milioni di barili/giorno. Nonostante fosse nettamente inferiore al calo della domanda, pari a 30 b/g, non è nemmeno durato, per la riluttanza dei petrolieri russi a diminuire le estrazioni. Così la guerra sul prezzo è precipitata a livelli insostenibili e il mondo ha la possibilità di comprare l'oro nero intorno ai 15-20 dollari al barile. È più un male che un bene. Certamente un'energia a basso costo aiuterà la ripresa nel breve periodo. Però nel medio-lungo periodo il sistema potrebbe non essere in grado di far fronte alla domanda, perché sta riducendo la sua capacità produttiva e distributiva, con la chiusura delle raffinerie e gli investimenti crollati del 25%. Poi c'è il vero tema: la stabilità mondiale. Dopo l'acqua, è il petrolio il liquido che scatena o placa le tensioni umane. Mentre il beneficio alla ripresa sarà diffuso, il danno alla produzione si concentrerà su pochi paesi e alcuni ne sarebbero ancor più destabilizzati. Pensiamo a Iran e Venezuela, già stressati dalle sanzioni, o a Nigeria e Angola, la cui bilancia dei pagamenti non reggerebbe, ma anche ai produttori americani, dove i fallimenti lo scorso anno sono aumentati del 50% e quest'anno andrà peggio. Trump, per non giocarsi la presidenza in quegli Stati, Texas, Ohio e Pennsylvania, ha cercato di andare in soccorso ma si è trovato davanti un Congresso poco disponibile. No, il petrolio a 20 dollari è più una minaccia che un'opportunità per la stabilità dell'economia mondiale.

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