La vittima vittimista

In Italia si sta affermando il principio secondo cui se è un potente, dall'alto, a limitare la libertà di parola di un cittadino, è censura

La vittima vittimista
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In Italia, strano Paese in cui quando si zittisce la sinistra è un atto fascista e quando si zittisce la destra è legittimo dissenso, si sta affermando il principio secondo cui se è un potente, dall'alto, a limitare la libertà di parola di un cittadino, è censura; se è un cittadino, dal basso, che impedisce a un potente di parlare, è contestazione.

Sottoscriviamo tutto. E anche di più.

Ed eccoci a quello che è accaduto domenica al Salone del libro di Torino. Dove un privato cittadino, dal basso, in platea, solo, anziano, evidentemente alterato, ha interrotto un famoso intellettuale che, in alto, sul palco, ha il potere che gli deriva dai giornali, le radio, i teatri ed è ospite fisso a La7.

Il primo è stato identificato; il secondo si chiama Stefano Massini e stava presentando un suo libro sul Mein Kampf e l'ascesa del nazismo.

Omettiamo il particolare che a strattonare la giacca dello scrittore, quarantottenne, 1,80 d'altezza, 75 chili di peso, in posa plastica anche quando fa il firmacopie, era un ultrasettantenne. E omettiamo il particolare che potenti politici e giornalisti come Dario Nardella e Massimo Giannini - di solito sonnacchiosi quando gruppi di aggressivi squadristi di sinistra zittiscono Molinari, Parenzo e Roccella - ieri abbiano subito denunciato i «Fan di Hitler che aggrediscono scrittori antifascisti» e «la nuova egemonia culturale della destra».

Per il resto, è vero. È un contesto confuso quello in cui si muove il Paese.

Tanto che a volte è difficile persino distinguere fra vittime e vittimismo.

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