Cronache

Quella volta che mi hanno chiesto: "Scusi, ma dov'è suo fratello Sergio?"

Somiglianza, interviste e battute: "Lei mi insegue e mi rompe da 14 anni"

 Quella volta che mi hanno chiesto: "Scusi, ma dov'è suo fratello Sergio?"

Giugno 2018: inaugurazione del primo stabilimento di Volvo negli Stati Uniti. Sono seduto attorno a un tavolo, con una decina di giornalisti anche di altri Paesi, pronto a rivolgere alcune domande a Håkan Samuelsson, numero uno di Volvo Car. Alzo la mano: «Please, ...». Subito il top manager mi interrompe e, ironicamente, mi chiede: «But where's your brother Serghio?». E tutti si mettono a ridere: colleghi, dirigenti e staff del ceo di Volvo Car. Samuelsson, e non è il primo ad affermarlo, mi spiega che somiglio molto all'ormai ex ad di Fca e che gli ho ricordato, in quella occasione, l'illustre amico e collega.

La battuta del top manager svedese mi ha fatto molto piacere. A Sergio Marchionne, che seguo fin dal momento del suo insediamento, nel 2004, alla guida prima di Fiat Group e poi di Fca, devo molto. Il Dottore, come lo chiamano al Lingotto, ha contribuito tantissimo alla mia crescita professionale. Di lui, in 14 anni, ho scritto, un mare di articoli: 1.500? Forse, ma anche di più.

Il 22 marzo del 2008 ho avuto l'onore di intervistarlo in pubblico. Ero presidente della Uiga (Unione italiana giornalisti automotive) e i colleghi avevano votato la nuova Fiat 500 come «Auto Europa». Non è stato facile convincere l'ufficio stampa torinese a organizzare il faccia-a-faccia. La sala del Lingotto era strapiena, io molto emozionato. L'ad di Fiat arriva puntuale. In prima fila, piuttosto nervosi, siedono il direttore della comunicazione Simone Migliarino, Alfio Manganaro e gli altri amici dell'ufficio stampa di Fiat.
Va tutto liscio. Già allora Marchionne disse che per la sua successione, quando sarebbe venuto il momento, gli sarebbe piaciuto qualcuno all'interno del gruppo. Gli chiedo di tutto. E non necessariamente temi legati alla Fiat. «Qual è il manager concorrente che stima di più?». La risposta è immediata: «Dieter Zetsche, di Daimler». È la vigilia delle elezioni Usa. Gli domando: «Lei per chi voterebbe? Obama o McCain?». «Ovviamente Obama». «E in Italia? Con grande abilità gira la domanda a me: «Bonora, e lei per chi vota?». «Dottore - rispondo - lo può immaginare». Ci alziamo, ci stringiamo la mano e consegno a Marchionne la «Tartaruga Uiga».

Il 2 dicembre dello scorso anno, dopo la presentazione, ad Arese, del team di F1 Alfa Romeo-Sauber, gli ho chiesto una foto insieme, come due vecchi amici, ovviamente nel rispetto delle parti. «Ma certo, venga qui, con piacere. Del resto sono 14 anni che mi insegue e mi rompe...». E vai con il clic, tra i sorrisi divertiti di chi assisteva alla scena. Mai avrei pensato che quell'immagine potesse diventare qualcosa di storico, uno dei ricordi più cari.

Da qualche tempo, al posto di «Buongiorno Bonora, come va?», frase seguita sempre da una battuta («La trovo ingrassato», «Ma come è dimagrito», «E al Giornale che si dice?», «Il suo editore come sta?», «Si metta lì, in prima fila», e via di seguito), Marchionne mi chiamava per nome: Pierluigi. In pochissimi beneficiavamo di questo privilegio. A qualcuno, ma proprio due o tre colleghi, dava e si faceva dare del tu. Poco prima di quella che sarebbe stata la sua ultima conferenza stampa, all'Investor Day dell'1 giugno, a Balocco, ci siamo come al solito salutati e, davanti alle telecamere, l'ho preso in giro per la cravatta storta e annodata male. «Mi sembra un po' sbrindellato...». La risposta: «Sono dieci anni che non metto cravatte e non mi ricordo più come si fa il nodo».

In gennaio, all'Auto Show di Detroit, ho provato a punzecchiarlo: «Dottore, ma visto che nel 2019 lascia Fca per dedicarsi solo alla Ferrari, come impiegherà il tempo libero?». E lui: «Ovviamente lavorando, io lavoro sempre, non mi fermo mai. Cosa crede?». Un'altra volta, al Salone di Ginevra, mentre passeggio per gli stand mi sento chiamare: «Bonora, venga qui da me un attimo». Mi giro, e vedo che con fare furtivo mi fa cenno con la mano di seguirlo. Si acquatta dietro una transenna e mi indica, gongolando, lo stand della Maserati. «Guardi quel tedesco d Winterkorn (l'ex ad del Gruppo Volkswagen, ndr) come si mangia con gli occhi la nostra macchina...».
Tante le situazioni simpatiche e le frecciatine. Ottobre 2016: Marchionne dà disposizione di convocare per il giorno dopo alcuni giornalisti, tra cui il sottoscritto, con l'invito a pranzare con lui al Lingotto. Mi ricordo che qualche giorno prima era uscito un mio pezzo, nel quale parlavo di una certa freddezza nei rapporti tra lui e il presidente di Fca, John Elkann. Che sia questa la ragione dell'invito?

Dal corridoio eccolo spuntare, sorridente, con il solito pullover nero. Mi viene incontro, ci diamo la mano e dopo essersi complimentato («bravo, vedo che è a dieta») mi chiede: «Ha mica un cappotto da prestarmi, sento freddo. E il freddo mi è venuto leggendo il suo pezzo sul presunto gelo tra me e John...». E aggiunge: «Si sieda a tavola vicino a me, così mi scalda in po'».
Grazie Sergio. Mi permetto il tu e so che farai un sorriso: «Pierluigi, dimmi pure...».

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