Gli scioperi si estendono a varie città, la morsa del regime si fa più stretta, tanto che Internet è stato bloccato in tutto il Paese per evitare facili raduni e la Repubblica islamica ha reclutato milizie irachene sciite per potenziare la repressione delle proteste. L'Iran continua a bruciare per l'economia al collasso, l'inflazione alle stelle e i diritti che mancano. Dal 28 dicembre, quando sono esplose le proteste, almeno 45 persone sono morte e oltre 2mila sono state arrestate. In apparenza, il presidente Masoud Pezeshkian ha chiesto la «massima moderazione» di fronte alle manifestazioni antigovernative: «In ogni circostanza devono essere evitati comportamenti violenti o coercitivi», ha dichiarato Pezeshkian in una nota pubblicata sul suo sito, esortando al «dialogo» e «ascolto delle richieste del popolo». Ma restano propositi vani, mentre l'ipotesi di un possibile nuovo attacco degli Stati Uniti contro l'Iran non è più così remota. Donald Trump ha ripetuto infatti ieri il suo avvertimento agli ayatollah: il regime sarà «colpito duramente» se ucciderà i manifestanti, ha spiegato il presidente americano, aggiungendo che gli Washington sta monitorando da vicino l'evoluzione della situazione. «Ho fatto loro sapere che se cominceranno a uccidere delle persone - cosa che hanno tendenza a fare durante le proteste e ne hanno molte - se lo faranno, li colpiremo molto fortemente», ha confermato. Le parole dell'inquilino della Casa Bianca arrivano a meno di due settimane dall'incontro in Florida con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in cui il tycoon si è detto pronto a tornare ad attaccare la Repubblica islamica, dopo la guerra dei 12 giorni di giugno in collaborazione con Israele, se il regime di Teheran dovesse far ripartire il suo programma nucleare.
Il tycoon resta in allerta e c'è chi sospetta che, nella sua residenza in Florida, a Mar a Lago, sarebbe anche pronto a discutere del futuro dell'Iran con il principe ereditario e figlio dell'ultimo scià, Reza Pahlavi, che vive in esilio dai tempi della rivoluzione iraniana del 1979 e dovrebbe essere negli Stati Uniti il 13 gennaio per partecipare alla Jerusalem Prayer Breakfast.
A riferire del viaggio su X è la giornalista Laura Loomer, influencer di estrema destra molto vicina al movimento Maga, che non dà certezze sull'incontro ma riferisce del viaggio. Pahlavi è residente negli Stati Uniti e ha la cittadinanza statunitense. Il principe in esilio si è detto pronto a «guidare la transizione» dall'attuale «tirannia» della Repubblica islamica a un «futuro democratico».