Barbie, anche la bambola è una fascista

La cultura "corretta" colpisce la famosa bionda giocattolo

Barbie, anche la bambola è una fascista
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A chi la Barbie? Al Duce. Forse non ve ne siete accorti ma dietro a quel sorriso finto, a quei capelli eccessivamente biondi, a quelle forme plastificate si cela una pericolosa fascista. Tolta la camicia nera, e indossata quella rosa, la Barbie è il cavallo di Troia di Benito Mussolini. La popolare bambola si infiltra nelle famiglie e frigge il cervello delle bambine, facendole sentire inadeguate. È un modello inarrivabile, e quindi fascista, anche se onestamente il nesso tra l'una e l'altra cosa non è affatto chiaro.

Non va tanto meglio con Ken, l'eterno pretendente di Barbie. Frustrato perché non viene preso sul serio dalla gerarca, Ken reagisce nel peggiore dei modi, instaurando un terribile patriarcato a Barbieland, la città delle Barbie, dove le bambole tenevano sotto il tallone di ferro i poveri bambolotti maschi (però, come è detto nel film, in cambio facevano funzionare bene le ferrovie). La città fioriva grazie all'abilità autarchica delle camerate, vere cervellone che si aggiudicavano anche tutti i Littoriali, pardon, i Nobel. Ken e i patriarchi fanno gli spacconi, bevono birra e maltrattano le Barbie. Riuscirà il fascismo a riprendere il sopravvento? Ma certo. Fasciste e patriarchi diventeranno buoni grazie alla tolleranza, all'uguaglianza e soprattutto al voto democratico. Barbieland, alla fine, sarà più giusta. Ken e i suoi amici potranno avere lo spazio che le donne occupano nel mondo reale: poco ma in crescita. Questa è la storia di Barbie, il film di Greta Gerwig con Margot Robbie (la protagonista) e Ryan Gosling (Ken). Arrivata nelle sale da pochi giorni, la pellicola ha già fatto incassi milionari (più di due nel solo giorno d'apertura, un record) e si avvia probabilmente a diventare il blockbuster del 2023. Nei cinema di Milano, improvvisamente pieni come nei lontani tempi pre-Covid, sciamano gruppi di adolescenti, spesso con madri al seguito. I padri latitano, per loro sarebbe stato meglio una pellicola sul virile Big Jim. Anche se, a ripensarci, Jim non aveva donne ma solo un grande amico con i baffi, Big Jeff.

Alcune ragazzine del pubblico sono vestite come un confetto. Insomma, come Barbie. Questo tipo di imitazione, il cosplay, è ordinario nei paesi dell'estremo Oriente, Corea del Sud e Giappone soprattutto. In Italia invece è un fenomeno raro.

La bambola della Mattel, inventata da Ruth Handler nel 1959, era già stata protagonista di cartoni animati. Questo è il suo primo film con attori in carne e ossa. Niente da dire sulla protagonista: Margot Robbie è perfetta. Anche il comprimario Ken è interpretato alla grande da Ryan Gosling mai così «metrosessuale». L'aspetto kitsch, o camp, è gestito bene dalla regista, e risulta piacevolmente stucchevole. Molte scene sono divertenti. Le inutili tirate antifasciste, anticapitaliste, femministe e ambientaliste sono in parte riscattate da una apprezzabile ironia di fondo, anche se è chiaro che Barbie, alla fine, diventa liberal. Eppure, prima di entrare nella squadra dei buoni, per due volte viene esplicitamente accusata di essere «fascista». Certo, John Waters avrebbe tirato fuori da Barbie l'aspetto più trasgressivo e il film sarebbe stato vietato ai minori; David Lynch avrebbe trasformato la bambola in un oggetto perturbante e ci avrebbe mandati a casa con un bel po' di inquietudine. La regista Gerwig è decisamente più terra-terra, appiattita sulla cultura woke, non a caso le è stata affidata la sceneggiatura della prossima Biancaneve griffata Disney. Pare che i nani siano stati conservati, beh, speriamo siano chiamati «diversamente alti». Però Gerwig ha almeno una freccia al suo arco. C'è un elemento dissonante e intelligente. Le certezze granitiche di Barbie legionaria («Ogni giorno è perfetto») cominciano a franare quando un pensiero si affaccia alla sua mente: la morte. Barbie squadrista ora è permeabile alle paure degli esseri umani e si sente incapace di sostenere la parte della camerata sempre felice. Barbie corporativista ora nota le sue imperfezioni fisiche e rimane scioccata dalla cellulite. Barbie nazionalista capisce che l'impero, Barbieland, è solo una scatola di sabbia: presto crollerà. Infatti arriverà Ken patriarca per instaurare un regime fondato sul capitalismo, il consumismo e il maschilismo.

L'evoluzione del fascismo, insomma.

Barbie imperialista trionfa. Ma ormai si sente più umana che bambola. Addio Barbieland, buongiorno Los Angeles. Attenzione, però, cosa accadrà a Barbieland senza la sua Barbie podestà?

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