Il femminismo a corrente alternata ha trovato una nuova vittima. E, guarda caso, si chiama Sydney Sweeney. L’attrice americana è finita di nuovo al centro della bufera per la campagna “Just Sports” realizzata per Novig, piattaforma statunitense dedicata alle previsioni e alle scommesse sportive. Nel video la Sweeney passa dal basket al football, dal tennis al golf, quasi completamente nuda e utilizzando palloni e attrezzi per coprirsi. Una provocazione studiata a tavolino, certamente. Ma anche una scelta fatta dalla diretta interessata, che di Novig non è soltanto testimonial: è partner strategica e azionista.
E qui comincia il cortocircuito woke. Per anni la cultura iper-progressista ha spiegato che il corpo di una donna appartiene soltanto alla donna. “My body, my choice”, lo slogan universale. Guai a giudicarne le scelte, guai a imporle modelli, guai soprattutto a trasformare la libertà femminile in una questione di rispettabilità. Poi arriva Sydney Sweeney, bella e sensuale, che decide liberamente di usare il proprio corpo in una pubblicità e improvvisamente spuntano i custodi della morale.
Le critiche sono partite soprattutto dal mondo dello sport. La quattro volte campionessa olimpica Ariarne Titmus ha definito la campagna uno schiaffo alle donne che hanno dedicato la vita alla propria disciplina. La ginnasta Gracie Kramer ha risposto mostrando allenamenti e competizioni: “Questo è l’aspetto di una donna nello sport”. Altre atlete, da Lani Pallister a Tilly Kearns, hanno seguito la stessa strada, accusando lo spot di ridurre ancora una volta lo sport femminile alla sessualizzazione del corpo.
Posizione legittima, sia chiaro. Meno lineare è il processo politico-culturale che si è costruito attorno all’attrice. Perché negli ultimi anni la body positivity ci ha insegnato che qualsiasi corpo deve poter essere mostrato, celebrato e sottratto ai vecchi canoni estetici. Le campagne con modelle oversize o costruite attorno alla diversità sono state spesso raccontate come gesti di emancipazione e inclusione. Se una donna mostra il proprio corpo sfidando i tradizionali standard di bellezza è empowerment. Se a mostrarlo è Sydney Sweeney - bionda, prosperosa e perfettamente aderente a quegli standard - improvvisamente torna l’oggettificazione. Curioso.
Anche perché la Sweeney aveva già sperimentato il tribunale permanente dei social con lo spot di American Eagle. Bastò il gioco di parole tra “jeans” e “genes” perché qualcuno arrivasse a evocare addirittura l’eugenetica. Poi venne fuori la sua registrazione come elettrice repubblicana e sui social comparve l’etichetta di “MAGA Barbie”. Ora il nuovo capo d’accusa: sessualizzare lo sport femminile.
La Sweeney, per ora, non sembra intenzionata a chiedere perdono. Dopo le polemiche ha rilanciato sui social alcune celebri copertine “Body Issue” di ESPN, dove negli anni hanno posato senza veli campioni e campionesse, tra cui Serena Williams. Un modo piuttosto semplice per porre la domanda che i censori preferiscono evitare: perché quella nudità poteva essere celebrazione del corpo e questa dovrebbe essere necessariamente degradazione?
Insomma, il punto non è stabilire se lo spot sia elegante, riuscito o di buon gusto. Ognuno può trovarlo geniale, banale o volgare. Il problema è un altro: decidere quando una donna sia davvero libera di fare ciò che vuole del proprio corpo. Perché se “my body, my choice” vale soltanto quando il corpo, la donna e il messaggio incontrano il gradimento della tribù progressista, allora non è più una battaglia di libertà. È soltanto un permesso concesso a corrente alternata.
