Manette ed emarginazione. Così fu zittito Guareschi

Lo scontro in tribunale con De Gasperi si concluse con quattrocento giorni di carcere. Il papà di Don Camillo fu trasformato in un nemico pubblico

Manette ed emarginazione. Così fu zittito Guareschi

Aprile di sessant'anni fa. Si sta svolgendo per direttissima un processo che farà la storia del giornalismo italiano. Giovannino Guareschi il padre di Don Camillo e Peppone, nonché direttore del settimanale umoristico Candido, è stato citato per diffamazione da Alcide De Gasperi. Non è la prima volta. Un'innocua vignetta sul presidente Einaudi, nel 1950, era già costata a Guareschi 8 mesi con la condizionale. Proprio sul Candido Guareschi ora ha pubblicato due lettere, a presunta firma dell'ex presidente del consiglio democristiano. Una è autografa, l'altra dattiloscritta, sono datate 1944. In una di esse, il futuro leader della Dc avrebbe chiesto agli Alleati di bombardare Roma per demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi. Perché Guareschi ha pubblicato le lettere, nonostante abbia appoggiato De Gasperi e abbia dato un contributo fondamentale, e creativo, alla campagna elettorale della Dc nel 1948? Non gradisce la creazione dei governi di centrosinistra, li percepisce come una deriva. Perché De Gasperi reagisce duramente? Il suo astro politico è in declino e un attacco alla sua credibilità è qualcosa che non può tollerare.

Come si chiuse la vicenda è noto: il 15 aprile il processo arrivò alla sentenza, a tempo di record. Guareschi, a cui non fu concesso di mettere agli atti la perizia prodotta da quella che all'epoca era un'autorità della grafologia, Umberto Focaccia, venne dichiarato colpevole di diffamazione. Il giornalista rifiutò di fare ricorso o di chiedere la grazia. «No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume... Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente». Così varcò la soglia del carcere di San Francesco del Prato a Parma e vi rimase per più di 400 giorni.

Molti dei risvolti di quella vicenda restano ancora misteriosi, a partire dall'origine delle lettere che appartenevano a un misterioso faldone nascosto in Svizzera da un ex tenente della Rsi, Enrico De Toma, legato ad ambienti dei servizi segreti. Proprio su questi temi ha recentemente lavorato lo storico Mimmo Franzinelli di cui a breve arriverà in libreria Bombardate Roma! Indagine su un giallo della Prima Repubblica (Mondadori). Come ha spiegato al Giornale: «Sicuramente nel processo pesarono fattori politici. Mi sono concentrato molto sul fatto che la possibilità di presentare una perizia grafologica sia stata rifiutata. Ci furono pressioni per avere un processo rapido e la perizia avrebbe impedito di procedere per direttissima». Franzinelli ha poi consultato anche l'archivio di De Gasperi recuperando documenti inediti: «Per De Gasperi la questione era fondamentale, di fronte ad un attacco del genere non aveva altra via che la querela. Però appunti e riflessioni coeve al processo dimostrano che sul tema ci fu una sua intima sofferenza». Franzinelli non ha nemmeno dubbi sull'esistenza di manovratori occulti che misero la «polpetta avvelenata» nelle mani di Guareschi. «Ci fu sicuramente un intervento di personaggi del Sifar. I servizi non erano un corpo omogeneo, c'erano cordate concorrenziali. Una di queste usò Guareschi per colpire De Gasperi». Guareschi ci cascò: «Della provenienza delle carte sapeva poco. Certo le credeva autentiche anche per la perizia. Era sicuro della documentazione, anche se a torto. Nel mio libro presento una nuova perizia che dimostra chiaramente che erano dei falsi. Però Guareschi con grande dignità, dopo essere stato isolato e bersagliato dalla stampa cattolica, pagò sulla sua pelle. Un coraggio che nel mondo dell'informazione di oggi secondo me non esiste più».

Anche il ricordo dei figli di Guareschi, Carlotta e Alberto, è nitido: «Grazie all'intelligenza e alla sensibilità dei nostri genitori siamo usciti dalla vicenda senza subire alcun trauma. Il peggio è toccato a loro e in modo particolare a nostro padre che ne uscì distrutto fisicamente e per molto tempo non riuscì più a riprendere regolarmente il suo lavoro». Quanto alla modalità della sentenza: «Vogliamo premettere che per noi figli non ha nessuna importanza il fatto che le due lettere fossero autentiche o false perché, in ogni caso, nostro padre ha pagato e strapagato senza sconti. La cosa che ci ferisce ancora è legata allo svolgimento del processo nel corso del quale nostro padre non ha potuto difendersi...». Quanto alla scelta di De Gasperi di reagire con tanta durezza, l'appunto di Guareschi che pubblichiamo in questa pagina offre lumi su come la pensasse Giovannino: secondo lui a spingere De Gasperi verso la querela era stato Enrico Mattei. Guareschi scrive, nel 1957: «Fu Mattei a costringere D. G .a querelarmi. Fu Mattei a fornirgli l'avvocato...».

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