Cultura

Azovstal, le foto che hanno colpito il mondo in un libro rivelazione

Foto crude e verità da raccontare. Gli scatti del fotografo di guerra del Battaglione Azov Dmitry Kozatsky - caduto prigioniero dei russi - vincono il prestigioso concorso fotografico francese e diventano libro rivelazione Italia

Azovstal, le foto che hanno colpito il mondo in un libro rivelazione

Le ormai note foto di Dmitry “Orest” Kozatsky, il fotografo di guerra del Battaglione “Azov” che è rimasto asserragliato con i suoi compagni nell’acciaieria Azovstal posta d’assedio da russi, hanno colpito non solo il mondo, ma la giuria del prestigioso concorso fotografico Px3 che ha scelto di premiarle nella categoria “Stampa”.

Mentre il reporter di guerra autore degli scatti che hanno raccontato al mondo cosa è stato vivere asserragliati nelle viscere di cemento della fabbrica di Mariupol era prigioniero degli stessi russi che hanno espugnato la fortezza scelta dal Battaglione Azov come la propria “Fort Alamo, a Parigi le foto dei feriti, sporchi e sorridenti tra le macerie dell’ex acciaieria d’epoca sovietica raccoglievano un plauso unanime. In Italia uscirà un libro per celebrarlo e parte del ricavato sarà donato per la riabilitazione dei feriti e mutilati ucraini. Contenente tutti gli scatti che Kozatsky - poco prima di consegnarsi ai russi come ordinato ai difensori di Azovstal dal Governo ucraino - è riuscito a caricare su Twitter. Insieme a due contenuti "inediti" per l'America e l'Europa. Le foto, una ventina su almeno una centinaio di scatti immortalati nel corso dei combattimenti per difendere la città di Mariupol, seguirono questo ultimo messaggio: "Beh, questo è tutto. Grazie per il rifugio, Azovstal è stato il luogo della mia morte e della mia vita. Mentre sono prigioniero vi lascio le mie foto in alta qualità, mandatele a tutti i premi giornalistici e concorsi fotografici. Sarà molto bello se vinco qualcosa, dopo essere uscito. Grazie a tutti per il vostro sostegno, ci vediamo”.

Un messaggio che è stato raccolto, e contiene un certo timore per la propria incolumità che il proseguire degli eventi sembra aver scongiurato. Ce ne ha parlato Andrea Lombardi, direttore di Italia Storica: "Dopo aver pubblicato per la prima volta in Italia il libro Valhalla Express. La storia di un nazionalista, rivoluzionario e volontario ucraino nel Battaglione “Azov”, una testimonianza scomoda - sfatante numerosi miti sia degli “atlantisti” che dei “filo russi” italiani - e in presa diretta degli scontri di Maidan e dell’inizio della guerra in Donbass nel 2014, abbiamo deciso di portare all’attenzione dei nostri lettori e del pubblico italiano le eccezionali fotografie di Dmitry Kozatsky, di grandissimo valore artistico e di documentazione storica" spiega Lombardi, che come editore ha sempre improntato il suo lavoro minuzioso nella pubblicazione di testi che vanno a colmare diverse "lacune", rispolverando inediti di mostri sacri come Céline, Limonov, e dell'ex Ss De la Mazière (del quale ha pubblicato per la prima volta in Italia "Il Sognatore con l'elmetto") .

Gli scatti del fotografo-combattente del temuto e controverso Battaglione Azov - molti dei quali completamente inediti - si concentrano sui momenti di combattimento e sull'attesa, vissuta dai combattenti come dai molti civili ucraini, che sono rimasti asserragliati nei sotterranei dell'acciaieria. Tutte le fotografie sono accompagnate dalle "trascrizioni dei comunicati del Comando dei difensori ucraini di Azovstal", spiega Lombardi, che tiene a precisare come grazie al contributo di Monica Mainardi il testo sia integrato di una "necessaria" cronologia dei combattimenti. Un vademecum contro la disinformazione che si è diffusa e est ed ovest del fronte e di quella che era diventata l'ultima sacca di resistenza dell'importante città portuale del Mar d'Azov.

La volontà di fare chiarezza

Non solo spirito di divulgazione, che attraverso le immagini raccogliere l'appello del fotografo già premiato il Polonia e Francia, ma anche la necessità, come voce esperta nel settore storico-militare, di fare chiarezza quando se ne presenta l'occasione. Facendo una ricostruzione doverosa di cosa è stato l'inferno dell'Azovstal, e di tutto ciò di cui invece non è stata trovata traccia sebbene se ne sia a lungo scritto e discusso: "necessaria perché, tra le tante imprecisioni di più o meno disinformati o disinformanti commentatori italiani filorussi o acriticamente antiamericani - una su tutte quella dei pretesi “laboratori biologici e ufficiali Nato sotto Azovstal” - questa fase del conflitto è ridotta alla sola difesa del complesso di Azovstal, mentre le aliquote del Reggimento “Azov”, la Fanteria di Marina e gli altri reparti ucraini sono riusciti a difendere prima i confini e poi la città di Mariupol per mesi, impegnando forze corazzate e di fanteria russe e milizie separatiste di gran lunga superiori in numero".

Questa resistenza estrema, che non può essere paragonata alla fantasioso stoicismo dei "Leoni Morti" di Saint-Paulien, ma che in qualche modo trovo nell'immaginario comune di molti un facile paragone con le SS della Charlemagne, ha impedito all'alto comando russo di di concentrare forze e mezzi su altri fronti. Smentendo più volte le aspettative di Mosca, come quelle dei molti analisti militari occidentali.

Un epilogo diverso da raccontare

"Anche la resa dei superstiti e dei civili ucraini è stata oggetto di accuse tanto infamanti quanto disinformate, mentre è invece avvenuta dietro un preciso ordine superiore delle massime autorità politiche e militari ucraine, e quando ormai da un punto di vista operazionale militare il proseguire quel sacrificio di militari e civili – dopo ben tre mesi di resistenza – aveva un impatto ormai marginale sul corso delle operazioni offensive russe", spiega Lombardi. Che torna a concentrasi sul paragone fatto più e più volte - in virtù delle fascinazioni e para-ideologie neonaziste nutrite dal battaglione Azov - e cerca di fare un po' di chiarezza nell'epilogo delle "difesa a tutti i costi" dal passato recente, e non meno di quello remoto ormai entrato nell'immaginario comune.

"Basti pensare che nella Battaglia di Berlino, la più citata a sproposito a paragone, a parte alcuni singoli casi, le unità della Wehrmacht e Waffen-SS assieme alle ben più numerose forze raccogliticce paramilitari della Volkssturm e Hitlerjugend... esaurite le possibilità di difesa e raggiunti i propri limiti di umana resistenza, una volta ricevuta notizia della morte di Hitler e della fine dei combattimenti, cercarono in massa di sfondare verso ovest per raggiungere gli Alleati, o si arresero all’Armata Rossa, al contrario della pretesa “resistenza sino all’ultimo uomo” di una certa vulgata, comprensibile sulla base di un certo immaginario, ma quantomeno discutibile dal punto di vista storico-militare". Questa realtà oggettiva sfata quindi il mito della resistenza fino all'estremo sacrifico da mito dell'Assedio di Masada (73 d.c.). Solo una cosa può a dire il vero tornare come consuetudine: l'attenta diesamina che i soldati di Mosca hanno effettuato sugli arresi, per separare in base ad interrogatori e addirittura cercandone i tatuaggi, i soldati del battaglione Azov dai fanti di marina ucraini e dagli sbandati degli altri reggimenti che erano rimasti intrappolati nella due "sacche di resistenza" di Mariupol. Allora si pensava per riservare loro un trattamento inumano, o peggio per abbandonarsi alla vendetta. Ma l'epilogo sembra essere stato diverso.

Fino a pochi giorni fa Dmitry Kozatsky si trovava in una “in una prigione nel territorio occupato di Donetsk” sotto il controllo di personale militare filo-russo. Questo era lo stato delle cose, quando il 2 agosto ha ricevuto il permesso di telefonare ai suoi parenti e rassicurarli di essere rimasto in vita dopo la cattura. A riportarlo fu la sorella Daria Yurchenko.

Completamente inattesa la notizia di uno scambio di prigionieri andato a buon fine tra tra Mosca e Kiev. Scambio che ha visto nel "pacchetto" anche il fotografo-reporter Kozatsky. Il capo della Sbu (servizio segreto ucraino, ndr) Vasyl Malyuk ha rivelato i dettagli di questo delicato scambio mediato dalla Turchia, rivelando che 215 soldati catturati nell'Azovstal - di cui 108 inquadrati nel battaglione Azov, compreso il comandante Denys "Redis" Prokopenko - sono stati restituiti a Kiev in cambio della libertà di Viktor Medvedchuk, l’oligarca ucraino amico di Putin, e di altri 51 prigionieri. Un'opzione che era stata definita inaccettabile in precedenza. Adesso Kozatsky scoprirà quanto i suoi scatti abbiano inciso nell'epica di questa battaglia moderna.

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