Biennale, che delusione il Padiglione Italia spento e grigio come un cimitero

Il curatore Pietromarchi rinuncia a compiere un viaggio tra i veri creativi di oggi. E innalza un involontario monumento funebre al nostro Paese...

Biennale, che delusione il Padiglione Italia spento e grigio come un cimitero

Il sigillo al Padiglione Italia lo pone Sislej Xhafa, kosovaro che vive a Bruxelles e a New York. Nel '97 fu abusivamente nel Padiglione albanese per sottolineare la sua clandestinità. Anche questa volta è un clandestino, e si manifesta in spazi impropri: su un albero, dove un barbiere di Mestre taglia i capelli a clienti imprevedibili come me. Due anni fa nello stesso punto si vedevano i troni di Gaetano Pesce, su uno dei quali manifestò le sue grazie Vittoria Risi. Il passaggio da una all'altra edizione è segnato da questa sostituzione: da una Venere a un parrucchiere, dal piacere dei sensi al taglio dei capelli.

È comunque il momento di massima vitalità del padiglione che sembra privo di vita, sigillato, inanimato, come uno spazio funerario. È ancora Xhafa a ricordarcelo, lasciando abbandonata, dietro un angolo, una bara, rivestita come si conviene per la scommessa sull'eternità, di biglietti della lotteria. Anch'essa, come l'autore, appare abusiva e in quanto tale viva, come non sono le opere degli artisti invitati nel funereo padiglione. Alcuni lo dichiarano, come Francesco Arena con le sue torri che alludono alle fosse comuni, casseformi piene di terra in quantità corrispondente al numero di cadaveri sepolti nelle fosse di Burgos, Benedicta, Batajanica, Ivan Polje. Poco lontano ci parla dal mondo dei morti Fabio Mauri, presente con una copia che ripete pallidamente, a quarant'anni di distanza, una performance che vidi nel '73. La modella mima una piccola Italiana in divisa fascista. L'effetto è quello di una riproduzione senza vita e senza ragione. D'altra parte un'ansia commemorativa e ripetitiva anima l'educatissimo curatore, Bartolomeo Pietromarchi, che non resiste a riproporre Luigi Ghirri, grande fotografo italiano morto 21 anni fa. Per me che ne vidi l'opera (l'Atlante) per primo, con Italo Zannier, nel '74, continua a sembrare stravagante che nel 2013, non in un museo, ma nel Padiglione Italia della Biennale, si proponga un artista che potremmo dire storicizzato, con un viaggio in Italia che risale all'84.

In che edizione della Biennale siamo? E perché oscilliamo di trenta o quarant'anni come se oggi non fosse possibile un nuovo «viaggio in Italia»? Siamo al cimitero, e preghiamo i nostri morti, con devozione e riconoscenza. E i vivi? Incontro Gianfranco Baruchello, nato nel '24: è sensibile, ironico, si commemora anche lui, da vivo e favorisce la «dimensione onirica e sognante», predisponendo, sotto il suo laboratorio, un materasso per chi volesse addormentarsi e sognare un altro sogno. Massimo Bartolini non resiste ad accompagnare il suo sentiero di terra e di pietra all'apparenza (in realtà di bronzo) con le «parole» di Giuseppe Chiari, morto nel 2007. E Marco Tirelli dispone il campionario delle sue invenzioni, figure geometriche, oggetti, motivi architettonici, come epigrafi in un lapidario. Allo stesso principio non si sottrae Elisabetta Benassi, che dispone a terra circa diecimila mattoni di terra, provenienti «dai luoghi della disastrosa alluvione del 1951», evocando, come Arena, lontani morti, e marchiando ogni mattone con una cifra e codici alfanumerici dei più grandi detriti spaziali: l'effetto resta comunque quello di lapidi in un sacrario.

E poi l'inevitabile Giulio Paolini, più algido e frigido nella riproposta scolastica della prospettiva geometrica. Pulitissimo, educatissimo, artista professionista come tutti i politicamente corretti morti-vivi e vivi-morti invitati a questa commemorazione dell'arte, non si capisce in nome di che cosa. Anche Flavio Favelli si agita, ma nel suo modello di cupola e nelle sue ceramiche non va oltre l'omaggio a Michelangelo. Così Marcello Maloberti che dispone tavoli in legno, quando non sorretti da giovani animatori in immobile performance, come croci in un cimitero. Parimenti Piero Golia, presente in catalogo con sei pagine bianche, presenta un cubo di cemento, un'ara su cui sacrificare ogni forma di vita, come in un sito archeologico.

Insomma, un Padiglione dove si entra in silenzio e si prega con la rassegnazione di chi pensa che tutto ciò che è stato è più vivo di ciò che è. Se penso ai clandestini, agli extracomunitari dell'arte, ai rinnegati, ai dimenticati, che affollavano lo spazio del Padiglione due anni fa, penso alla vita, contraddittoria, incoerente, senza regole; gli artisti, rigorosi che ho ora davanti mi sembrano pronti per il busto al Pincio. Deve averlo capito Luca Vitone che si rifiutò di essere presente nel mio Padiglione, nonostante la segnalazione di Pierluigi Cerri, manifestando la sua avversità a un metodo che cercava di cogliere l'imprevedibile e la varietà dell'arte, anche al di là della mia visione. Questa volta è presente: ma non si vede, e nessuno lo vedrà, perché si manifesta, incorporeo, con sole essenze, letteralmente profumi. Vediamo l'Italia di Ghirri e sentiamo odori. Vitone stimola l'olfatto rievocando, ma è impossibile capirlo senza saperlo, la velenosa produzione dell'Eternit nello stabilimento di Casale Monferrato.

Ma l'italiano più divertente è Diego Perrone. Accolto nel Padiglione centrale da Massimiliano Gioni, ha fatto credere a tutti, compreso il serioso schedatore in catalogo, di aver inventato misteriose forme per una singolare scultura. Eppure non ha voluto ingannare nessuno, dichiarando nel titolo: Vittoria (Adolfo Wildt). Ma nessuno si è accorto, fra i dotti e i colti, in questa Biennale di morti, che si trattava semplicemente di calchi della Vittoria in Palazzo Berri-Meregalli in via Cappuccini a Milano, architettura eclettica di Giulio Ulisse Arata che, nell'androne, ospita la straordinaria scultura di Adolfo Wildt concepita nel '19. Una beffa inconsapevole. E l'unico segno di vita.

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