Cosi il culturalismo ha ridotto la cultura ad oggetto (innocuo)

In una serie di saggi, ora tradotti, l'autore giapponese fustica la società globale e l'ideologia che la controlla.

Q ualcosa si è interrotto. La ricchezza del timbro musicale non è più piena poiché a un certo punto si è spezzata una corda. Poi, di pari passo con questo inaridirsi della creatività, una sorta di ideologia della cultura è divenuta un fattore importante per la formazione della pubblica opinione.
Il culturalismo, appunto, va per la maggiore. La sua mano umidiccia rimane appiccicata a qualsiasi fenomeno culturale. Detto in poche parole, si tratta della tendenza a giudicare la cultura nei termini di una gratificante conquista umana, separandola dalla vitalità della sua matrice sanguinosa e dal suo atto riproduttivo. Così essa rappresenta un patrimonio comune dell'umanità, qualcosa di bello e inoffensivo, come una di quelle fontane posticce dei centri commerciali.
Di ogni forma d'arte che raffiguri così com'è l'essere umano divenuto frammento, per quanto possano essere truci i temi che affronta, viene in soccorso proprio quella frammentazione, ed essa finisce per essere simile proprio a una fontana posticcia.
Questo perché la disgrazia dell'umanità nella sua interezza non viene dimostrata da una somma di frammenti.
Noi ci rassicuriamo pensando di essere solo un frammento. E infatti, anche la disgrazia, per quanto grande possa essere, non va al di là dell'ambito di uno spezzone: la via di fuga è al di fuori delle nostre capacità, ma lì grandiosamente rimane, la difesa della cultura e l'euforia per la nostra impotenza coincide con l'euforia per la fuga.
Dopo la fine della guerra alla questione di cosa sia la cultura è stata fornita una risposta assolutamente precisa ad opera dei burocrati incaricati degli affari esteri e delle questioni culturali. In conformità con la politica delle forze di occupazione, essa ha consistito nel troncare la connessione da sempre esistita tra spada e crisantemo. La cultura dolce dell'arte dei fiori e del tè, propria di un popolo amante della pace, e poi anche quella di un'architettura senza tratti minacciosi e tuttavia in grado di arrivare a configurazioni audaci si sono ritrovate a rappresentare la cultura del Giappone.
In quel contesto erano state adottate misure di contenimento idrico in campo culturale. Intendo dire che la sorgente da cui la cultura scaturisce e la sua continuità furono compresse nell'alveo di una diga, con una serie di provvedimenti e norme legali e, poiché considerate utili solo per la produzione di elettricità o per l'irrigazione, si è impedito in quel modo che straripassero. In altre parole, fu troncata la connessione tra spada e crisantemo e fu sfruttato solo quanto risultava efficace per la formazione di una morale civica, reprimendo, invece, la parte nociva. Il divieto dei drammi di vendette nel teatro Kabuki o i film di samurai imposto nel primo periodo dell'occupazione è stata la manifestazione più primitiva e diretta di questa politica. Con il passare del tempo le misure hanno cessato di essere così primitive. Revocati i divieti, la considerazione per la cultura ha preso il loro posto. Forse perché si è ritenuto che le tendenze alla regressione verso la sua sorgente fossero state bloccate, dato che nel medesimo periodo una serie di cambiamenti radicali in campo politico e sociale erano stati portati a compimento con successo. È allora che ha avuto inizio il culturalismo. Cioè quando non c'era più niente che potesse essere pericoloso. Questo culturalismo consiste in una ideologia che pone l'arte al di sopra di tutto, abbracciata da fruitori benevoli che apprezzano la cultura in primo luogo nei termini di opere, di oggetti. Naturalmente senza che nulla ostacoli intromissioni a tempo perso di idee politiche. Della cultura, gestita in sicurezza sotto forma di oggetti, è stato favorito lo sviluppo in una direzione pacifica che la rendesse patrimonio culturale dell'umanità. Il ragionamento semplicistico che conduce al legame tra cultura e tutela sociale è divenuto la base di una ideologia di attenzione ad essa solo simulata, la quale affonda le sue radici in un umanitarismo di massa.
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Inutile dire, peraltro, che è proprio la cultura nella sua creazione a subire forme pesanti di controllo e rigida sorveglianza da parte del socialismo. Su questo esso non perdona, e la storia lo dimostra. Il governo rivoluzionario sovietico ha impiegato cinquant'anni ad accettare Dostoevskij e anzi si ha pure l'impressione che ancora non ci sia arrivato. Poi, al di là delle voci meravigliose che corrono su questa liberalizzazione l'oppressione prosegue: si dice che Yevtushenko sia agli arresti domiciliari, tre scrittori (Vladimir Bukovskij, Yevgeny Kushev e Vadim Delaunay) sono stati messi sotto processo, e in Polonia, con la motivazione che sarebbe anti-sovietico, è stata vietata la rappresentazione del dramma Gli avi, che critica la Russia e lo Zar, provocando moti studenteschi. Accettare come pretesto che una qualche forma di controllo politico serva ad evitare l'indebolimento della cultura è una contraddizione implicita in quest'ultima, l'eterna contraddizione tra cultura e libertà.

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