Rushdie: "Ecco cosa vuol dire subire una fatwa"

Il grande scrittore perseguitato dagli ultrà islamici racconta la sua vita da fuggitivo: "Ho perso anche il mio nome"

Rushdie: "Ecco cosa vuol dire subire una fatwa"

Il suo nuovo libro Joseph Anton (in Italia per i tipi di Mondadori) è stato concepito per chiudere i conti con il passato. Per andare oltre una paura durata più di un decennio. Racconta tutti quei terribili anni passati a sfuggire alla fatwa dell'ayatollah Khomeini, che decise che i Versi satanici erano un motivo più che sufficiente per condannare a morte Salman Rushdie. Insomma quello che è venuto a presentare a Milano durante la giornata conclusiva di Bookcity non è solo un manifesto in difesa della libertà di espressione ma anche la narrazione definitiva di un pezzo di vita difficile e sofferto, quello passato appunto sotto lo pseudonimo di Joseph Anton, che Rushdie ora però riesce a raccontare con una calma nuova.

Signor Rushdie per anni non ha avuto molta voglia di parlare della fatwa, ora come mai l'ha fatto?
«Per anni mi ha dato fastidio che qualsiasi cosa io scrivessi o facessi, le persone continuassero a riportarmi indietro, a voler discutere solo dei Versi satanici... E poi quello seguito alla condanna da parte del governo iraniano era stato un periodo molto difficile, non ero riuscito a metabolizzarlo a guardarlo con distacco. Ora ad anni di distanza era il momento giusto. E così ho scritto tutto e almeno i giornalisti non avranno più domande da farmi».

La condanna a morte contro uno scrittore da parte di uno Stato fu qualcosa di inaspettato. Come descriverebbe la reazione dell'Occidente?
«Il governo inglese ovviamente si attivò per proteggermi. Ma non manifesto una vera volontà di risolvere il problema. Non fecero grosse pressioni verso il governo iraniano. Si limitarono a sperare che la situazione venisse dimenticata, non volevano guai. Come molti altri governi occidentali. Si è dovuto aspettare il primo governo laburista di Tony Blair perché ci fosse una presa di posizione forte. Se la stessa energia fosse stata dimostrata prima chissà, forse le cose si sarebbero risolte molto più velocemente».

E gli intellettuali occidentali come hanno reagito?
«Alcuni intellettuali hanno fatto molto, e in fretta. Se non fosse stato per loro poteva finire molto male. Gli scrittori inglesi si sono stretti attorno a me. Da questo punto di vista la questione dei Versi Satanici ha contribuito a trasformarci in una vera comunità. Ian McEwan una volta mi ha detto: “Lottare per te è stato importante per tutti noi”. E anche la solidarietà internazionale è stata tanta. In Italia si mobilitarono anche Umberto Eco e Roberto Calasso. Eco mi commosse, io avevo appena stroncato malamente il suo libro Il Pendolo di Focault, ma mi difese lo stesso. Poi ci siamo incontrati in Francia e lui è corso ad abbracciarmi urlando: “Ciao, sono quella merda di Eco”. Siamo diventati amici».

A più di vent'anni di distanza le sembra che la condizione degli scrittori sia migliorata? Che sia più facile scrivere in modo libero?
«La situazione è stata complicata dal terrorismo. E io vedo una certa paura nei giovani scrittori, c'è un alto livello di autocensura. Però negli ultimi mesi mi è capitato di incontrare un certo numero di giovani scrittori islamici che vogliono rompere gli schemi, reinterpretare la cultura islamica e questo mi sembra positivo».

Nel libro hanno un ruolo chiave la figura di suo padre, Anis Rushdie, che era un musulmano poco osservante e la sua famiglia, in cui si respirava un Islam tollerante...
«Mio padre studiava la religione soprattutto dal punto di vista storico, più che un credente era uno studioso vero e proprio, da lui mi è derivato l'interesse per il Corano. Altri membri della mia famiglia erano decisamente più devoti, ma in casa si è sempre potuto parlare di tutti i temi relativi alla religione senza preconcetti o veti. E quello della mia famiglia non era un caso isolato, è esistito un Islam per niente fanatico e aperto che purtroppo negli ultimi cinquant'anni è diventato sempre più minoritario. Questo è terribile».

Cosa pensa del recente film su Maometto che ha provocato violenti moti di piazza? In quali casi è ammissibile la censura?
«Quasi mai è ammissibile. Perché esista la libertà artistica deve esistere anche la libertà di produrre un certo quantitativo di spazzatura. E non si deve mai cedere alle proteste violente, svendere la libertà. È come cedere al bullismo scolastico, non se ne esce più».

Nel libro, per raccontare la sua vita, lei racconta anche quella delle persone che le sono state attorno. E non lo fa con toni morbidi. Qualcuno si è lamentato?
«Per ora nessuno... ma non si sa mai. Comunque in molti casi ho avvisato gli interessati che sarebbero finiti nel libro, in certi casi gli ho anche fatto leggere le parti che li riguardavano. Beh, tranne alla seconda delle mie ex mogli».

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